domenica 9 febbraio 2014

Per la verità, sulle foibe...

In vista della celebrazione lunedì 10 febbraio della Giornata del Ricordo, il Gruppo di ricerca storica del Centro per la nonviolenza di Brescia ha diramato una nota “sulle complesse vicende delle foibe, dell’esodo dei giuliano-dalmati e delle vicende del confine orientale dopo la seconda guerra mondiale”.
“Suscita preoccupazione – spiega il portavoce Adriano Moratto, figlio di esuli - la disinformazione con cui si affronta la tragedia delle foibe istriane, oggetto già dopo l’8 settembre del 43 di interventi propagandistici, che isolandola dal contesto storico e ignorando le responsabilità di chi quella guerra ha scatenato, recupera acriticamente la pubblicistica nazifascista di allora”.
“Non ci si può limitare a isolare singoli eventi, né fare finta che quella tragedia sia maturata in forma indipendente da quelle che l’hanno preceduta” sottolinea. “Faremmo un torto alle vittime italiane delle foibe e all'esodo di tanti nostri connazionali dall'Istria e dalla Dalmazia, alle vittime nell'immediato dopoguerra, alle decine di migliaia di donne e uomini che scapparono sotto la pressione dei nazionalisti sloveni e croati, se non spiegassimo le ragioni che stavano alla radice di quell'odio: la violenza e l'espansionismo fascisti, con le loro innumerevoli e barbare stragi sul confine orientale. E, prima ancora, la furibonda campagna di italianizzazione delle popolazioni slave durante il ventennio di Mussolini, spinto invece a realizzare un preciso programma di oppressione snazionalizzatrice dei sudditi del regno. Poi vennero la seconda guerra mondiale dichiarata dall’Italia e l’invasione, nel ’41, al Regno jugoslavo, i paesi bruciati, le stragi, le torture, i centomila civili internati nei campi di concentramento italiani. E alla fine una ideologia razzista anti slava militarmente praticata per lunghi anni dai fascisti si rovesciò nella vendetta delle foibe  con le centinaia di vittime ritenute sommariamente responsabili delle violenza del regime (la cui “conoscenza” prescinde in gran parte dalla ricerca storica più avanzata, prigioniera com’è di un’informazione unilaterale e propagandistica veicolata dai principali media) e nella “scelta” finale dell’esodo di tanti nostri connazionali da quei luoghi”.
 “La ricerca storica - conclude - dovrebbe uscire dai vecchi schemi di sterili contrapposizione e lasciare a ricercatori giovani e non coinvolti nelle diatribe dei testimoni, la possibilità di una ricerca a tutto campo ora che sono disponibili anche documenti di fonte yugoslava”.

mercoledì 5 febbraio 2014

F-35: perché NO

Dopo che persino il Pentagono nei giorni scorsi ne ha certificato la scarsa affidabilità, la sorte del 'nuovo' cacciabombardiere F-35, che il governo italiano avrebbe intenzione di acquistare in 90 esemplari per la nostra Aeronautica militare, è davvero periclitante e ad illustrarne le magagne sarà venerdì 7 febbraio a Brescia lo scienziato Francesco Vignarca, il ricercatore che ha smascherato l’ ultima folle spesa della lobby militar-industriale e coi suoi studi ha aperto la strada per un ripensamento di tutto il modello nazionalistico della difesa militare.
Alle ore 20.30 al Centro Parrocchiale di Santa Maria in Silva, in via Sardegna 24, presenterà il suo volume-inchiesta "F-35. L'aereo piu' pazzo del mondo" (Round Robin editrice, 144 pagine, 13 euro), nel quale conduce una accurata radiografia delle caratteristiche di questo aereo che è diventato il simbolo delle spese militari folli del nostro Paese, nen 14 miliardi di euro per comprare novanta cacciabombardieri d’attacco, sotto attacco da parte dei centri di studi strategici delle cancellerie di mezzo mondo.
Partendo dalla fabbrica di Cameri, in provincia di Novara, il libro smaschera tutte le bugie sfoderate finora sull'argomento per perorare la causa dell'acquisto. Stando a quel che si legge in queste pagine, non ci saranno penali da pagare per uscire dal faraonico programma di spesa collegato agli F-35, il ritorno economico non supererà il 20% degli invesimenti, la sua costruzione porterà al massimo 600 posti di lavoro, ben lontani dagli oltre 10mila promessi. Tutto ciò mentre già Canada, Olanda e Australia hanno ufficialmente rinviato o sospeso il programma.
Con l'autore venerdì sera dialogherà il portavoce del Movimento nonviolento Adriano Moratto e il coordinatore di Pax Christi don Fabio Corazzina.

lunedì 3 febbraio 2014

Fascismo, razzismo, maschilismo

Il linguaggio rivela l'ideologia. Le parole sono gia' azioni.
Berlusconi con i ripetuti insulti alla parlamentare e gia' ministra Bindi, insulti conditi da turpiloquio, bestemmie, sconcezze e sghignazzi.
La Lega, con i ripetuti insulti alla ministra Kyenge, in un'orgia di razzismo e istigazione all'aggressione fisica.
I grillini, con i ripetuti insulti alla presidente della Camera Boldrini, in una valanga di violenza verbale maschilista.
La violenza delle parole ostende la violenza dei pensieri e prelude o si accompagna o eccita alla violenza degli atti.
Nel caso dei governi di Berlusconi e dei ministri leghisti abbiamo gia' visto gli esiti: criminali e golpisti, con politiche neofasciste che hanno provocato e provocano tuttora sofferenze tremende a innumerevoli persone innocenti.
Nel caso dei grillini abbiamo gia' visto quale concezione abbiano della democrazia e delle istituzioni, e del resto il brutale ed osceno linguaggio del loro capo carismatico e' caratterizzato da una retorica che esibisce e propaganda una assoluta assenza di rispetto per la dignita' umana altrui - una retorica che in Italia abbiamo gia' tragicamente conosciuto.
Un nesso lega fascismo, razzismo, maschilismo.
Solo chi non vuole vedere puo' non accorgersene.
Solo chi ne e' complice non si avvede che questa barbarie fomenta e sostiene la violenza contro le donne, la violenza contro i migranti, la violenza contro gli sfruttati e gli oppressi, i deboli e i bisognosi.
La lotta contro il maschilismo, il razzismo e il fascismo, la lotta per la dignita', la civilta' e l'umanita', e' qui ed ora il primo dovere di ogni persona che non si e' arresa al male.

sabato 1 febbraio 2014

Eliminare le barriere architettoniche sulle autolinee

E’ iniziata nel giugno 2011 e non è ancora finita.
L’epopea (non trovo altro termine per definirla) che unisce me, indomita diversabile con carrozzina elettrica, all’APAM, azienda di trasporti, martedì 28 ha visto l’ennesima vergognosa puntata.
In mezzo ci stanno innumerevoli telefonate, mail, incontri con l’amministratore della società, con la responsabile dell’area marketing, con chi si occupa della gestione dei mezzi, con il capofficina.
A tutto questo si somma la mia sperimentazione con i tecnici dell’APAM di tipologie diverse di pulman, una nuova carrozzina a tre ruote (al posto di quella a quattro) che, se da un lato permette di andare a posizionarmi correttamente nello spazio dedicato alla “contea dei ruotanti”(di cui faccio parte), mi espone ad un rischio notevole quando, scesa dal pulman, devo percorrere le nostre strade ed i marciapiedi, che sono ormai, pressoché ovunque, un colabrodo.
Ma il problema, per me, sorge ancora prima. Molti pulman (purtroppo anche quelli nuovi) hanno le cinture di sicurezza che sono troppo corte e, quindi, io non riesco ad agganciarmi ed essere “trattenuta”. Devo portare, quindi, sempre con me la mia personale vecchia cintura che, come si dice, è “meglio che niente”!
Anche perché i mezzi corrono veloci: gli autisti hanno tempi stretti da rispettare.
Il giorno 28 avevo prenotato la corsa delle 20.15 da Calcinato a Montichiari.
Poi, ho dovuto fare un cambio programma. Capita a tutti nella vita, no?
Sono andata a Brescia e per il ritorno anziché la corsa delle 19,40 (la stessa che passa alle 20.15 a Calcinato ed arriva a Montichiari alle 20,30) dato che ero in ritardo, ho deciso di prendere quella delle 19,50 che arriva, comunque, a Montichiari.
E qui iniziano i problemi. L’autista mi anticipa che non sa se la pedana funziona e lui non l’ha mai usata. Dopo varie telefonate all’officina dell’ APAM per ricevere istruzioni, riesce a farmi salire. Sono infreddolita. Chiedo di accendere il riscaldamento, ma pare che non funzioni. Partiamo con un ritardo di almeno 15 minuti.
A qualcuno dei passeggeri questo ritardo fa saltare degli impegni ed è, chiaramente, “disturbato”.
Ma il tutto precipita quando, giunti a Montichiari, la pedana non funziona più.
L’autista mi rimprovera di non avere prenotato perché questo avrebbe fatto sì che gli dessero un altro mezzo con pedana manuale….
Certo, lo sappiamo, che tutti i cittadini prima di usare il pulman telefonano al call-center dell’APAM in modo che in officina si accertino che il motore del mezzo che devono prendere funzioni!............
No, non serve, al motore del pulman si fa una regolare manutenzione!
E perché alle pedane per gli handicappati no? So che la disposizione è che, quando io prenoto, l’autista prima di partire deve controllare che la pedana funzioni. SOLO se c’è una prenotazione.
Ed io prenoto, quando mi è possibile. Lo faccio per evitare di trovarmi nella bruttissima situazione dell’altra sera: al freddo (l’autista ha detto che dovevo tenere le porte aperte perché altrimenti poteva essere accusato di sequestro di persona….), aspettando che arrivassero i pompieri a “salvarmi” (non è la prima volta che vengono a farmi scendere a braccia).
Mentre attendevo ho condiviso quasi un’ora con gli altri passeggeri di cui qualcuno solidarizzava con me, qualcuno si preoccupava del grande ritardo, e qualcuno voleva a tutti i costi tirarmi giù a braccia (così come avrebbero fatto i vigili del fuoco…), così il pulman sarebbe potuto ripartire….
Io, sempre più congelata, ero anche a disagio di fronte alla loro irritazione, mentre cercavo di spiegare che no, non potevo accettare, perché sarebbe stato pericoloso per loro e per me.
Il colpevole, a quel punto, non era più l’APAM, ero io.
Come si dice: “Oltre il danno, anche la beffa”!

Calcinato, 30.1.14

Tiziana Treccani - Via Baratello 28/O – 25011 Calcinato (Bs) – tel 030.9969899 - 333.6970048

martedì 28 gennaio 2014

Where has Pete Seeger gone?

Sembrava una immortale torre di guardia. E' invece è volato via dalla terra nella giornata di ieri, al New York Pre­sbi­te­rian Hospi­tal, alla veneranda età di 94 anni, il più longevo folksinger ame­ri­cano, quel magico folletto che rispondeva al nome di Pete See­ger.
 Nato il 3 mag­gio 1919, per quasi un secolo c'è sempre stato in ogni battaglia nonviolenta in difesa degli oppressi, della cultura e dell'ambiente, questa vera e propria leg­genda del folk e dell’impegno poli­tico, che ha rea­liz­zato oltre 100 album durante la sua lunga car­riera, scrivendo e cantando canzoni che tutti conoscono: da "If I had a hammer" a "Where have all the flo­wers gone?", che è diventata nei decenni la can­zone antimilitarista per eccel­lenza. 
 Impensabili senza di lui gli itinerari umani, artistici e politici di Bob Dylan e Joan Baez. Seger è stato attivo fino all’ultimo - a set­tem­bre l'ultimo concerto dal vivo al Farm Aid al Sara­toga Per­for­ming Arts Cen­ter di Sara­toga Springs, insieme con Wille Nel­son, Neil Young, John Mel­len­camp e Dave Mat­thews.

mercoledì 22 gennaio 2014

Le parole insidiose

Il filosofo del linguaggio Jason Stanley (Yale University) venerdì prossimo terrà una conferenza alle ore 16.30 all'Auditorium di Roma, nell'ambito del Festival delle Scienze. Il quotidiano il manifesto ieri ne ha anticipato un estratto che di seguito pubblichiamo.

Pla­tone  aveva una scarsa con­si­de­ra­zione della demo­cra­zia. Rite­neva che la poli­tica fosse un’arte ed era con­vinto che per com­pren­dere l’essenza di quell’arte biso­gnasse avere delle com­pe­tenze. Il filo­sofo ha sem­pre soste­nuto che non c’è alcuna spe­ranza che la mol­ti­tu­dine possa con­se­guire le abi­lità richie­ste per gover­nare, poi­ché viene facil­mente ingan­nata dai sofi­sti. Da ciò ne è con­se­guito, per il pen­sa­tore greco, un rifiuto netto per la demo­cra­zia come sistema di potere pra­ti­ca­bile. È «pro­ba­bile che le ori­gini della tiran­nia si tro­vino pro­prio in un regime demo­cra­tico e in nes­sun altro luogo» (Pla­tone, La Repub­blica). Un giu­sto sistema di governo deve inse­diare al potere i filo­sofi, sono loro gli unici in grado di com­pren­dere l’essenza delle cose.
Pla­tone aveva ragione a con­si­de­rare le sue opi­nioni incom­pa­ti­bili con la demo­cra­zia. L’idea che i cit­ta­dini non siano capaci di dare giu­dizi sull’amministrazione pub­blica, che l’economia e la poli­tica siano aree di com­pe­tenza, come il campo medico, è qual­cosa di pro­fon­da­mente anti­de­mo­cra­tico. Cosa è neces­sa­rio dun­que per una demo­cra­zia al fine di evi­tare la minac­cia che si «tra­sformi in tiran­nia»? Secondo quanto affer­mato da molti stu­diosi, la demo­cra­zia esige una cit­ta­di­nanza infor­mata, qual­cuno che possa impe­gnarsi in dibat­titi pub­blici moti­vati su que­stioni poli­ti­che. È uno stan­dard elevato.
Un’idea più «mode­sta» dei requi­siti neces­sari alla demo­cra­zia è tut­ta­via difen­di­bile: i cit­ta­dini devono avere una ragio­ne­vole capa­cità nel rico­no­scere quando un’azione poli­tica viene fatta nel loro inte­resse. La visione di Pla­tone è anti­de­mo­cra­tica per­ché parte dal pre­sup­po­sto che anche que­sto livello sia troppo alto. La mol­ti­tu­dine sarà sem­pre ingan­nata dalla pro­pa­ganda e dalla falsa reto­rica, indotta a votare con­tro i pro­pri interessi.
Una pro­fonda com­pren­sione di come il lin­guag­gio venga uti­liz­zato per insi­diare la demo­cra­zia stessa è, quindi, essen­ziale in ogni stato democratico.
Non è neces­sa­ria nes­suna spe­cia­liz­za­zione in filo­so­fia del lin­guag­gio o in lin­gui­stica per riu­scire a indi­vi­duare alcuni usi della pro­pa­ganda. Per esem­pio, è pra­tica comune negli Stati Uniti dare un nome fuor­viante ai dise­gni di legge. Quello del 2001, che ha per­messo alle forze gover­na­tive di vio­lare la Costi­tu­zione degli Stati Uniti, con lo spio­nag­gio dei suoi cit­ta­dini, senza un man­dato, è stato chia­mato «Patriot Act», un nome che ha inde­bo­lito la pos­si­bi­lità di fare opposizione.
Più di recente, nel novem­bre 2013, la Camera dei Rap­pre­sen­tanti ame­ri­cana ha appro­vato la legge «Swap Regu­la­tory Impro­ve­ment Act». Il nome del dise­gno di legge sug­ge­riva che quel dispo­si­tivo avrebbe dovuto miglio­rare la rego­la­men­ta­zione del mer­cato nel campo dei deri­vati, lo stesso che pro­vocò il crollo del sistema finan­zia­rio mon­diale nel 2008 e obbligò al sal­va­tag­gio di grandi isti­tu­zioni finan­zia­rie in Usa. Eppure, scritto quasi inte­ra­mente dalla mega­banca Citi­group, il dise­gno di legge per­mette pro­prio alle ban­che di uti­liz­zare i depo­siti assi­cu­rati dal governo fede­rale per spe­cu­lare sul mer­cato dei deri­vati. Tutela in tal modo le stesse ban­che: saranno infatti nuo­va­mente «sal­vate» se i mer­cati dei deri­vati, ancora una volta, subi­ranno un col­lasso. È que­sto in realtà l’unico «miglio­ra­mento nor­ma­tivo» che il dise­gno di legge propone.
La stra­te­gia è par­ti­co­lar­mente dif­fusa nella poli­tica eco­no­mica, in cui le parole uti­liz­zate per rac­con­tare ciò che sta acca­dendo con gli Stati ven­gono pre­le­vate dai con­te­sti che descri­vono le finanze di una fami­glia nor­male. La parola «debito» è diversa se appli­cata all’Unione euro­pea, che può stam­pare la pro­pria moneta, piut­to­sto che ad una fami­glia, che non può farlo. Ma un capo­fa­mi­glia, che si iden­ti­fica in colui che cerca di evi­tare di debito, può essere ingan­nato e appog­giare poli­ti­che che, di fatto, vanno con­tro gli inte­ressi della sua fami­glia; l’imbroglio sta nell’incapacità di com­pren­dere che «debito» signi­fica qual­cosa di molto dif­fe­rente se riguarda un governo o una unione politica.
Ci sono poi forme più sot­tili di pro­pa­ganda, per le quali un’analisi det­ta­gliata del lin­guag­gio e dell’uso lin­gui­stico risulta assai utile. I lin­gui­sti distin­guono tra ciò che è pre­sup­po­sto da un enun­ciato e il punto focale del mede­simo. Chi è in disac­cordo, deve accet­tare prima i pre­sup­po­sti di quell’enunciato. Se affermo: «È Gio­vanni che ha risolto il pro­blema», e qual­cuno non è d’accordo, deve sug­ge­rire che un altro abbia agito. È dif­fi­cile dire «no» e voler con ciò asse­rire che il pro­blema non sia stato affatto risolto. L’espressione «È Gio­vanni che ha risolto il pro­blema» fa pre­su­mere che qual­cuno lo abbia comun­que districato.
Allo stesso modo: «È stato il pre­si­dente Obama a cau­sare il disa­stro», ci dice qual­cosa circa il suo ten­ta­tivo di ampliare l’accesso alle cure sani­ta­rie, ma ipo­tizza che la legge sani­ta­ria sia cata­stro­fica, affer­mando però che la causa è pro­prio il pre­si­dente Obama (piut­to­sto che le assi­cu­ra­zioni sani­ta­rie). L’attenzione al dibat­tito in lin­gui­stica circa il «pre­sup­po­sto» è essen­ziale per com­pren­dere a fondo cosa stia accadendo.
Un altro tipo di esem­pio. Lo slo­gan di canale Fox descrive l’emittente come «impar­ziale ed equi­li­brata». Ma è abba­stanza ovvio, anche al suo stesso pub­blico, che il canale Fox News non sia né l’uno né l’altro. La ragione per cui sfog­gia que­sto slo­gan è quello di invi­tare a pen­sare che non esi­ste qual­cosa che sia giu­sto ed equi­li­brato — che non vi è alcuna pos­si­bi­lità di dare noti­zie obiet­tive, esi­ste solo la pro­pa­ganda. Lo scopo è quello di insi­nuare che tutti i media siano gene­ral­mente insin­ceri. Gli effetti di un tale pre­giu­di­zio sono evi­denti nelle società in cui i media sta­tali usano il lin­guag­gio sol­tanto come un mec­ca­ni­smo di con­trollo, invece che come fonte di infor­ma­zione. I cit­ta­dini che cre­scono in uno stato in cui le auto­rità distri­bui­scono esclu­si­va­mente pro­pa­ganda non svi­lup­pano alcuna dome­sti­chezza con i mec­ca­ni­smi della fiducia.
Quindi, anche se i mem­bri di quella società hanno accesso a noti­zie atten­di­bili, magari via Inter­net, non si fidano. Sono adde­strati al sospetto. Senza fidu­cia, non vi è alcun modo, per qual­siasi spea­ker, di essere preso sul serio nel pub­blico domi­nio. Il risul­tato di que­sto atteg­gia­mento? È una società in cui le distin­zioni tra poli­tici e clo­wns svaniscono.
Uno Stato demo­cra­tico è quello in cui l’ingresso delle per­sone comuni nelle scelte poli­ti­che le rende legit­time. Ma la dif­fu­sione e l’accettazione della pro­pa­ganda da parte dei poli­tici e dei media mina la pre­gnanza della loro par­te­ci­pa­zione. Se l’opinione pub­blica è stata diso­rien­tata dalla pro­pa­ganda costruita da chi detiene il potere, l’entrata in poli­tica dei cit­ta­dini è irri­le­vante e lo stato non demo­cra­tico. Uno Stato demo­cra­tico neces­sita una cit­ta­di­nanza sem­pre vigile, in grado di moni­to­rare e punire i suoi poli­tici e i media quando pie­gano il lin­guag­gio ad un mec­ca­ni­smo di con­trollo, dimen­ti­cando che è invece una fonte di informazione.

martedì 21 gennaio 2014

Un interprete della civiltà



Clau­dio Abbado si è spento nella sua casa di Bolo­gna, dopo una lunga malat­tia che, alla fine, ha avuto ragione della sua fibra, ormai inde­bo­lita. Fino all’ultimo ha col­ti­vato la spe­ranza di dar vita a nuovi pro­getti, con la ferma con­vin­zione che sarebbe riu­scito ancora una volta a vin­cere la stan­chezza e a salire sul podio. Espri­mere la bel­lezza attra­verso il dono della musica è sem­pre stata, per Abbado, una que­stione di civiltà, prima ancora che l’orizzonte natu­rale della sua espe­rienza di vita.
L’amore per la musica rap­pre­sen­tava infatti il perno dell’esistenza di Abbado, nato a Milano nel 1933 e cre­sciuto in una casa che ruo­tava in maniera vir­tuosa attorno all’attività del padre Miche­lan­gelo, vio­li­ni­sta e pro­fes­sore al Con­ser­va­to­rio di Milano, e allo stu­dio musi­cale dei figli, tutti desti­nati a lasciare un’impronta nella vita musi­cale, tranne il minore, Gabriele, dive­nuto archi­tetto. Mal­grado i disa­stri della guerra e le atro­cità del regime, i geni­tori di Abbado riu­sci­rono in maniera ammi­re­vole a pre­ser­vare l’humus arti­stico di fami­glia e a instil­lare nel gio­vane Clau­dio la disci­plina dello stu­dio e il rispetto per il lavoro. Molto pre­sto, quel ragazzo, allievo per la com­po­si­zione di Gior­gio Fede­rico Ghe­dini e per la dire­zione d’orchestra di Anto­nino Votto al Con­ser­va­to­rio di Milano, comin­ciò a mostrarsi gra­ziato da un cari­sma spe­ciale. Subito gli si aprì la strada per Vienna, dove potè svi­lup­pare il suo talento a con­tatto con arti­sti come Hans Swaro­w­sky e Frie­drich Gulda, in grado di tra­smet­tere in maniera viva e diretta l’esperienza della grande tra­di­zione musi­cale mitteleuropea.
Nel 1958, con sua stessa sor­presa, Abbado vinse il Con­corso Kous­se­vi­tsky a Tan­glewood, in Mas­sa­chu­setts, e le porte per una car­riera inter­na­zio­nale gli ven­nero dun­que spa­lan­cate. La grande svolta tut­ta­via avvenne nel 1968, con la nomina a diret­tore musi­cale del Tea­tro alla Scala. L’arrivo di un arti­sta molto gio­vane, inse­diato a soli tren­ta­cin­que anni alla guida di un’istituzione così rap­pre­sen­ta­tiva, rispec­chiava il pro­fondo ter­re­moto che aveva attra­ver­sato la società ita­liana negli anni Ses­santa. Era una rivo­lu­zione cul­tu­rale di por­tata sto­rica, che avrebbe segnato l’inizio di una fase com­ple­ta­mente nuova nel rap­porto tra il Tea­tro e la città. Le pre­messe ideali della nomina di Abbado tro­va­rono un ulte­riore svi­luppo quando, nel 1972, gli venne affian­cato come sovrin­ten­dente Paolo Grassi, nomina che saldò le diverse anime della vita arti­stica mila­nese. A quel punto il pal­co­sce­nico della Scala si apriva final­mente alla grande cul­tura euro­pea, por­tando a Milano titoli e autori cono­sciuti in pre­ce­denza sol­tanto da una ristretta cer­chia di per­sone e rin­no­vando allo stesso tempo il reper­to­rio tra­di­zio­nale attra­verso una nuova sin­tassi tea­trale. Emble­ma­tico il lavoro su opere emar­gi­nate di Verdi come Mac­beth, Don Carlo e soprat­tutto Simon Boc­ca­ne­gra, un «tavolo zoppo» che Abbado ha saputo ripor­tare in vita per merito anche dello spet­ta­colo memo­ra­bile di Gior­gio Stre­hler, con l’immensa vela sullo sfondo del Palazzo Ducale a evo­care la meta­fora dell’infinita avven­tura della vita.
Gra­zie a Abbado, un’intera gene­ra­zione sco­priva l’esistenza di mondi cul­tu­rali ancora intatti, capaci di par­lare al pre­sente con la stessa forza espres­siva del loro tempo. Il Woz­zeck diretto alla Scala, nel 1971, in un vec­chio spet­ta­colo di Svo­boda e rifatto nel 1977 con un nuovo alle­sti­mento di Ron­coni e Gae Aulenti, aveva il signi­fi­cato, per il mae­stro, di un risar­ci­mento per l’accoglienza inde­co­rosa e vol­gare riser­vata dal pub­blico mila­nese al capo­la­voro di Alban Berg nel 1952. Ma era solo l’inizio della risco­perta della Vienna modern di ini­zio Nove­cento, che Abbado sen­tiva così pro­fon­da­mente nelle sue fibre. Negli anni Set­tanta e Ottanta face cono­scere a Milano le Sin­fo­nie di Mahler e la grande musica del Nove­cento, pro­muo­vendo l’associazione dei musi­ci­sti della Scala in Orche­stra Filar­mo­nica auto­noma, sulla fal­sa­riga del modello dei Wie­ner Phi­lhar­mo­ni­ker, in maniera da svi­lup­pare l’interesse dei pro­fes­sori per il reper­to­rio sinfonico.
Abbado ha sem­pre amato lavo­rare con i grandi arti­sti. Non solo inter­preti del cali­bro di Rudolf Ser­kin, Mau­ri­zio Pol­lini o Mar­tha Arge­rich, ma anche arti­sti pro­ve­nienti da espe­rienze di segno diverso. Il soda­li­zio con un archi­tetto come Renzo Piano, un attore come Roberto Beni­gni o un regi­sta cine­ma­to­gra­fico come Andrej Tar­ko­v­skij rap­pre­sen­tano solo una pic­cola parte dei nume­rosi esempi dell’interesse di Abbado per le idee che pos­sono aiu­tare a miglio­rare l’offerta musi­cale. La gran­dezza di un arti­sta si misura anche nella capa­cità di met­tere il pro­prio ego al ser­vi­zio della musica: Abbado sapeva pen­sare in grande, ma soprat­tutto sapeva ascol­tare. La sua lezione di one­stà arti­stica si svi­luppò in maniera dav­vero ecla­tante quando venne eletto dai Ber­li­ner Phi­lhar­mo­ni­ker diret­tore musi­cale, nel 1989, giu­sto l’anno della caduta del Muro. Ber­lino era una città che respi­rava all’improvviso, ine­briata da una libertà cul­tu­rale impen­sa­bile prima, e Abbado trovò il modo di sfrut­tare que­sta ener­gia intel­let­tuale spin­gendo l’orchestra di Kara­jan verso una meta­mor­fosi arti­stica impre­ve­di­bile e vitale.
Per un’intera gene­ra­zione di gio­vani Clau­dio Abbado è stato molto più che un grande arti­sta e un mira­bile diret­tore d’orchestra: è stato l’eroe di un mondo diverso e più giu­sto, nel quale l’arte e la cul­tura si sup­pon­gono al ser­vi­zio dei valori più alti e non pie­gata a ornare aber­ra­zioni ideo­lo­gi­che o a nascon­dere il carat­tere vio­lento dei rap­porti sociali. La grande cam­pana di Andrej Rublev, che cam­peg­giava nel Boris Godu­nov alle­stito a Lon­dra con Tar­ko­v­skij nel 1983 e che Abbado ha poi voluto al cen­tro della scena nel nuovo alle­sti­mento di Her­bert Wer­nicke a Sali­sburgo nel 1994, rap­pre­senta l’allegoria più auten­tica di que­sto rap­porto indis­so­lu­bile tra arte e vita. Ora che la cam­pana di Rublev ha suo­nato anche per Abbado, tutti noi ci ritro­viamo più soli e smar­riti a vagare in un mondo che ci appare più ostile.
Oreste Bossini, il manifesto, 20 gennaio 2014

lunedì 20 gennaio 2014

Nasce il Progetto "Dona, cerca, trova"

A Calcinato l'ufficio servizi sociali propone il Progetto "Dona, cerca, trova", concepito come "un piccolo spazio di libero scambio di indumenti, scarpe, accessori che per alcuni potrebbero essere molto importanti e necessari, ma anche un luogo di scambio di saperi, competenze, conoscenze da mettere a disposizione di tutti".
 Chi ha abiti e materiali affini in buono stato che vuole donare ad altri può portarli all'asilo nido comunale "Magica Bula" in via Stazione a Ponte San Marco. Lo spazio è aperto ogni martedì dalle ore 13.30 alle 14.30. Per informazioni ci si può rivolgere allo 030/9989221 oppure si può scrivere una mail a servizi.sociali@comune.calcinato.bs.it.

mercoledì 15 gennaio 2014

Porta a porta: tre incontri di verifica

Il controverso avvio un anno fa del nuovo sistema di raccolta differenziata porta a porta dei rifiuti solidi urbani a Calcinato viene sottoposto in questi giorni a tre momenti di verifica pubblica.  
 Stasera all'oratorio di Calcinatello chi fosse interessato può offrire suggerimenti, migliorie e critiche agli amministratori comunali in merito. Domani sarà possibile farlo all'oratorio di Ponte San Marco e lunedì 20 gennaio all'auditorim Don Bertini di Calcinato.
 L'appuntamento è sempre alle ore 20.30. Per informazioni ulteriori sono a disposizione l'Ufficio tecnico allo 030/9989225 o l'Azienda servizi comunali allo 030/9969502.

martedì 14 gennaio 2014

Uno spettacolo sull'acqua come bene comune

Domani sera alle ore 20.30 al Cinema Gloria di via San Pietro 3 a Montichiari Itineraria Teatro, in collaborazione con l'associazione Vocabolari di Pace, presenta lo spettacolo "H2oro: l’acqua, un diritto dell’umanità”, su testo di Ercole Ongaro e Fabrizio De Giovanni, per la regia di Emiliano Viscardi e con musiche di Augusto Ripari. L'ingresso è gratuito.
  Concepito come un'opera multimediale per sostenere il diritto all'acqua per tutti, per riflettere sui paradossi e gli sprechi del "Bel Paese", per passare dalla presa di coscienza a nuovi comportamenti, questo spettacolo teatrale attraverso una documentazione rigorosa affronta i temi della privatizzazione delle risorse idriche, del ruolo delle multinazionali nella gestione degli acquedotti, del Contratto mondiale dell'acqua, delle guerre dell'acqua e delle dighe nei paesi in via di sviluppo, degli sprechi e dei paradossi nella gestione dell'acqua in Italia, della necessità di contrastare e invertire l'indirizzo di mercificazione e privatizzazione in corso, nonostante l'inequivocabile esito della consultazione referendaria in materia.

lunedì 13 gennaio 2014

Assegnati i fondi per la cooperazione internazionale

A fine anno  la Giunta comunale di Calcinato ha assegnato i fondi destinati agli organismi di volontariato che si occupano di cooperazione internazionale. 6mila gli euro stanziati: mille e 800euro ciascuno all´Aps di Antonio Corsini per lo sviluppo economico dell´Africa, al Gruppo dei Prati, che opera in Guinea Bissau, e agli Amici delle missioni orsoline in Brasile; 300 al Gruppo di impegno missionario di Esenta di Lonato e 300 all´associazione Cesar attiva in Sudan.

sabato 4 gennaio 2014

Gianni Danieli, un cristiano di base

In paese lo conoscemmo sorpresi e attenti a fine anni '80, quando diffuse una "lettera ai comunisti" mica male per i tempi. Poi lo frequentammo quando dal nulla creò il Comitato per la pace Giorgio La Pira. Distanti ma incuriositi, gli demmo persino una mano per le sue iniziative culturali.
  Fu dietro suo invito che padre Alex Zanotelli tenne proprio a Calcinato la su ultima conferenza prima di partire per l'esilio keniota (volontario e profetico insieme) dopo la fatwa lanciatagli da Spadolini (allora ministro dellla difesa) per aver denunciato i traffici di armi e non solo.
  Un po' bene lo conoscemmo proprio dopo quell'incontro, a casa sua, dove ospitò il missionario comboniano in una convivialità d'altri tempi.
  Poi, solo poi, vennero le comuni battaglie in consiglio comunale.
  Ora Gianni Danieli ci racconta la sua formazione, e anche molto di altro, nel volume "Una chiesa... tante chiesuole" (Gam edizioni, 382 pagine, 15 euro).
  73 anni, esponente di rilievo del cristianesimo di base di casa nostra, lui che aveva cominciato nella gioventù di Azione Cattolica nel quartiere di Bottonaga, passa poi alla fondazione del Gruppo di esperienze religiose, sodalizio dal quale nascerà a Bedizzole la Comunità Casa Emmaus, finanziata in gran parte da padre David Maria Turoldo e aperta dal 1972 al 1983.
  Danieli ha condensato la memoria di quel singolare fenomeno ecclesiale, corredando il suo libro di una considerevole mole di documentazione inedita.
  Il lungo excursus, che miscela autobiografia e saggistica, parte con il racconto della formazione spirituale fra campagna e città di un giovane cristiano (Bottonaga era nel dopoguerra un borgo di remota periferia) che ha un occhio costante all'attualità sociale e si interroga sui fermenti conciliari, prendendo contatto con il meglio del cattolicesimo progressista italiano, dai padri Giovanni Vannucci, Ernesto Balducci e David Maria Turoldo al bresciano don Renato Piccini.
  "Ho insistito sulla parte teologica che riguarda la scelta della comunità" sottolinea "perché a determinare l'avvio dell'esperienza di Bedizzole fu, tra gli altri, l'incontro con Vannucci nel 1969 all'eremo chiantigiano di San Pietro alle Stinche (Si). 'Il futuro della chiesa è in queste piccole comunità che si ritrovano intorno alla Parola e la testimoniano' mi disse e per me fu come un mandato".
  L'illustrazione analitica delle diverse iniziative svolte dalla Comunità Casa Emmaus è costantemente accompagnata dall'esame di ciò che significa comunità nei Vangeli, negli Atti degli Apostoli nella Lettera a Diogneto. Questa parte culmina con il convegno del 14 e 15 giugno 1974, quando si confrontarono a Bedizzole i membri dei gruppi ecclesiali spontanei della Badia, di Torricella, di Mompiano, di Palazzolo, di san Giorgio, della Santà Trinità, di Santo Spirito, della Mandolossa e delle Acli di Sant'Eufemia.
  Segue poi una serie di schede sugli ideali e le pratiche di associazioni assai distanti dai valori di Danieli, dall'Opus Dei ai Legionari di Cristo, da Comunione e liberazione ai neocatecumenali di Rinnovamento nello Spirito.
  L'opera è infine completata dalla pubblicazione di numerosi documenti delle comunità di base bresciane, fra i quali si segnala la trascrizione di due conferenze del teologo Giulio Girardi e del saggista Raniero La Valle.

giovedì 2 gennaio 2014

Depositata la variante al Pgt

Approvata a fine anno dal consiglio comunale, la variante al Piano di Governo del Territorio, con gli allegati e gli elaborati costituenti il provvedimento concernente il Piano delle Regole e il Piano dei Servizi, è depositata in libera visione al pubblico fino a sabato 1° febbraio. 
 La si può consultare nella segreteria comunale o all’ufficio tecnico del Municipio, in Piazza Aldo Moro 1 ed è pure pubblicata sul sito web www.comune.calcinato.bs.it. 
 Trascorso tale periodo, nei trenta giorni successivi, quindi entro lunedì 3 marzo, chiunque potrà presentare osservazioni in triplice copia e in carta libera, eventualmente corredate da grafici e da altra documentazione ritenuta utile. Le osservazioni dovranno essere presentate all’Ufficio Protocollo del Comune.

martedì 31 dicembre 2013

Dispatrio fertile

Chiudiamo l'anno con la poesia. Abbiamo scoperto che a Calcinato vive una scrittrice di origine albanese che sulla fatidica soglia dei 30 anni, come Ingeborg Bachmann, ha avvertito il bisogno di riflettere sul viaggio compiuto da adolescente verso una nuova terra, un nuovo popolo e, soprattutto, una nuova lingua.
  Apprezzata da autori come Maurizio Cucchi e Chiara De Luca, Anila Resuli è famosa per aver fondato nel 2009 la casa editrice Clepsydra, interamente dedicata a e-book di poesia e di fotografia.
  Profuma di parole scabre ed essenziali, tutt'altro che epiche, questo suo poemetto "Volti dell'acqua" pubblicato dalle edizioni Smasher (36 pagine, 8 euro) e vincitore della seconda edizione del Premio letterario Ulteriora Mirari.
  Sono versi materici quelli della Resuli, parole sommesse, quando non bisbigliate, di una donna che ha gettato tutto intero il proprio corpo nella battaglia di una esistenza per niente facile, della quale è metonimia la traversata adriatica da Valona a Otranto, compiuta di marzo insieme ad altri 58 migranti e ritmata da drammatiche epigrafi: "Verso il porto", "In barca", Avvistamento elicottero della Guardia Costiera Italiana. Barca priva di luce e timone". "Scampato impatto con una petroliera russa", "Sulla petroliera russa", "Sul motoscafo della Guardia Costiera Italiana" e finalmente "Porto d'Otranto".
  Nelle diverse sezioni dell'opera il pensiero dell'autrice pulsa al ritmo endecasillabo dei propri respiri, danzando nel dolore di uno sradicamento che si fa trasmutazione di paesaggi, momenti, appartenenze e accettando il tormento del dispatrio come condizione umana in cui piantare una nuova possibile radice, la lingua che ha scelto di abitare.
  Non è stato il suo un viaggio della speranza come i tanti che hanno alimentato in questi decenni il dolorismo italiota colmo di sensi di colpa e privo di quello sguardo internazionalista che sarebbe forse l'unico sentimento utile da provare (leggendone l'incipit come non ricordare il canto "Soldato proletario che parti per Valona" che narra di quando noi italiani andammo patriottardi a contrarre laggiù un debito lungi dall'essere estinto?).
  No, Anila Resuli concepisce quel viaggio come duro, esigente, infinito itinerario alla ricerca di se stessa, un percorso che si disintegra caleidoscopico nelle molteplici forme dell'andare per acqua specchiandosi - come acutamente osserva nella prefazione Paolo Fichera - "in una superficie sempre diversa, mai fissa, che spezza i contorni se toccata: '... il tempo ammaestri, poi guardi/ fissi distanti, coi volti dell’acqua,/ la terra tace ormai lontana'".