La Corte d’Appello di Brescia ha confermato la condanna di Giuseppe Giustacchini, amministratore della Wte, l’azienda che con le sue tre sedi operative di Calcinato, Calvisano e Quinzano d'Oglio è oggetto della maxi-inchiesta sulla gestione dei fanghi utilizzati come fertilizzanti agricoli.
Come già nel processo di primo grado conclusosi nel febbraio dello scorso anno, l’imprenditore 56enne - che non era presente in aula al momento della lettura della sentenza - è stato condannato a un anno e quattro mesi, con la sospensione della pena sospesa, oltre all’obbligo del ripristino delle condizioni di salubrità dei terreni e alla revoca dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività d’impresa.
Confermate anche le pesanti conseguenze per la sua società, condannata ai sensi della legge 231 e destinata alla chiusura, oltre ai sequestri milionari, a una multa da 77mila euro e a una serie di risarcimenti.
La Corte d’Appello ha riconosciuto anche le provvisionali da 5mila euro ciascuna in favore dei Comuni di Lonato, Visano e Calvisano, delle Province di Brescia e Cremona e del Comitato Cittadini di Calcinato.
Come si ricorderà, la vicenda è relativa alla gestione dei fanghi sul territorio tra il 2018 e il 2019, quando circa 150mila tonnellate di materiale contenente metalli pesanti e idrocarburi, secondo l’accusa, sarebbero state sversate sui terreni di decine di Comuni tra Lombardia e Piemonte, presentandole come prodotti fertilizzanti mediante una modifica dell’etichettatura.
Nel processo di primo grado la gup Angela Corvi aveva giudicato l’imprenditore responsabile di un traffico illecito di rifiuti che, secondo la ricostruzione accusatoria, avrebbe arrecato alla sua azienda profitti per circa 12 milioni di euro. La solidità dell’impianto accusatorio è stata ribadita nel processo d’appello dal sostituto procuratore generale Umberto Vallerin, il quale nel suo intervento ha fra l’altro sottolineare che avrebbe chiesto una pena più alta se ciò fosse rientrato nelle sue possibilità.
Non è mutata invece la linea della difesa che, contestando la ricostruzione della pubblica accusa, ha dichiarato che la Wte non avrebbe distribuito materiale tossico e che non ci sarebbe stato il citato guadagno di 12 milioni di euro: l’avvocato Luca Patti si è inoltre soffermato sulla complessità della normativa vigente in materia e sulla classificazione giuridica dei materiali come rifiuti.

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