domenica 6 settembre 2026

Dopo la grandine riapre la biblioteca

Martedì 8 settembre riapre a Calcinato la Biblioteca Civica di via XX settembre 80, chiusa da metà luglio per i danni causati dal grandine nel corso dei violenti fenomeni atmosferici di quei giorni, che avevano distrutto tre abbaini collocati sul tetto e causato altri danni all’edificio comunale.
Dopo l’ultimazione degli interventi necessari per ripristinare le condizioni di piena sicurezza e agibilità della struttura, il servizio riprenderà con l’orario consueto: di mattina il martedì e il sabato dalle ore 9 alle 13 e al pomeriggio dal martedì al sabato dalle ore 14 alle 18. Chi desiderasse ulteriori informazioni può telefonare in orario di ufficio al numero 030 963481 oppure inviare una e-mail all’indirizzo di posta elettronica biblioteca@comune.calcinato.bs.it.

sabato 5 settembre 2026

CenSsssssssssssssssssss…

Il delicato tema della libertà di espressione nell’era telematica che stiamo vivendo conosce inedite dimensioni e uno dei diritti umani fondamentali sembrerebbe costretto a ridisegnare i propri confini, considerato che in Internet il controllo dell’accesso ai mezzi di comunicazione è nelle mani di gestori non sempre imparziali nel dibattito sociale e culturale, pur assicurando di volerlo agevolare e amplificare.
In queste ore a Brescia si registrano due casi davvero singolari. La mailbox della Libre­ria del Gatto Nero, vivace espressione dell’universo culturale legato a Radio Onda d’Urto, è stata resa inutilizzabile in seguito all’inserimento, da parte del governo statunitense, dal collettivo toscano Auti­stici/Inven­tati (A/I) nell’elenco delle orga­niz­za­zioni sot­to­po­ste a san­zioni anti­ter­ro­ri­smo.
Da tempo Auti­stici/Inven­tati offre i suoi ser­vizi digi­tali indi­pen­denti, dalla posta elet­tro­nica ano­nima al blog­ging attra­verso Noblogs, a numerose realtà associative, fra i quali questa libreria. Ma per gli americani il pro­vi­der è un pre­sunto fian­cheg­gia­tore del ter­ro­ri­smo e quindi ne contrasta l’attività.
Come si ricorderà, mercoledì 26 ago­sto, in virtù dell’exe­cu­tive Order 13224 che con­sente di col­pire chiunque for­nisca “sup­porto mate­riale o tec­no­lo­gico” al ter­ro­ri­smo, il segre­ta­rio di Stato Marco Rubio e quello al Tesoro Scott Bes­sent hanno annun­ciato le san­zioni, che però colpiscono non solo chi com­pie un’azione giudicata pericolosa, ma anche chi mette a dispo­si­zione l’infra­strut­tura attra­verso cui qual­cuno potrebbe com­pierla.
Detto, fatto. La decisione presa a Washington ha avuto effetto immediato anche a Brescia, dove un’altra vicenda emblematica della restrizione degli spazi di libertà sui social è quella accaduta, per la seconda volta in poco tempo, a Giorgio Cremaschi il quale, sempre il 26 agosto, è stato sospeso dai servizi Internet di Meta soltanto un’ora dopo aver pubblicato un post in cui stigmatizzava la decisione dello Stato di Israele di proibire per motivi di sicurezza gli aquiloni ai bambini di Gaza.
Quel giorno Facebook e Instagram lo avvisarono immediatamente che i suoi due account erano sospesi perché non rispettavano gli standard della comunità. A differenza di quella procedente, conclusasi positivamente dopo 18 ore, la vertenza stavolta potrebbe durare settimane poiché non più un algoritmo, ma un pool di revisori umani sta passando al setaccio tutta la sua produzione sui due social, prima di decidere se riammetterlo o meno.
C’è ancora qualcuno in rete disposto a sostenere con Rosa Luxemburg che “la libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente”?

venerdì 4 settembre 2026

Marciapiedi ammalorati: cosa aspettiamo?

Avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi il brutto incidente occorso stamattina a un'anziana cittadina che va per i 90, inciampata  sul marciapiede ammalorato di via Matteotti a Calcinato.
Grazie alla sua tempra inossidabile, la signora se l'è cavata con qualche botta e sbucciatura, ma il pericolo è serio.
Sostenuti anche da numerose figure apprezzate per le loro attività nelle realtà sociali, nel sindacato e nel mondo politico locale, da diversi anni chiediamo che si intervenga per mettere in sicurezza i marciapiedi del centro: abbiamo avuto incontri con le autorità competenti, raccolto centinaia di firme, sollecitato azioni a tutela degli anziani, delle persone con disabilità, dei genitori con figli piccoli o passeggino e per tutti i pedoni che hanno, anche solo temporaneamente, difficoltà.
Ora è giunto il momento di intervenire, perché sia ridata la possibilità a tutti di passeggiare serenamente.
Torniamo quindi a chiedere alla nostra sindaca - encomiabile negli sforzi che da oltre due anni sta facendo per rimettere a posto il paese - di attivare con urgenza gli uffici competenti affinché i marciapiedi vengano prontamente sistemati e messi in sicurezza.

mercoledì 2 settembre 2026

Wendell Berry se n’è andato

Ci giunge stamattina dagli States la triste notizia della scomparsa lunedì scorso a 92 anni di Wendell Berry, il leggendario scrittore, contadino, ecologista e pacifista che imparammo ad amare nei verdi anni della giovinezza per "Il corpo e la terra", un suo libercolo che circolava per i tipi della Libreria editrice fiorentina - quella di don Milani, per intenderci.
In quel volumetto spiegava con straordinaria chiarezza la necessità di tornare a una stringente evidenza - il nostro habitat è la terra che abitiamo, con tutte le sue particolarità locali - sottolineando che per gran parte della gente, nei millenni, questo habitat è stato il campo sotto casa, che non produce solo cibo, ma nutre il carattere umano, interroga e insegna, è fonte di intelligenza e di virtù.
Da lui imparammo ad amare le comunità rurali americane e a contrastare gli eccessi della nostra società sempre più industrializzata.
Wendell Berry se n’è andato serenamente nella sua fattoria di Port Royal, in Kentucky. Era nato a Louisville il 5 agosto 1934. Dopo aver insegnato Letteratura e scrittura creativa in diverse università statunitensi dal 1957 al 1965, era tornato in campagna per dedicarsi all’agricoltura, coniugando la riflessione spirituale sui valori della vita rurale con i temi di rispetto ambientale. 
In Italia la casa editrice Lindau ha pubblicato i romanzi ambientati a Port William, tra cui “Un posto al mondo”(2015) e “I primi viaggi di Andy Catlett” (2018), la silloge di poesie “Perché l’amore tocchi terra” (2022) e le raccolte di saggi “Mangiare è un atto agricolo” (2015; 2024) e “La strada dell’ignoranza” (2015). Il fuoco della fine del mondo. Meditazioni rurali sulla vita e sull’ambiente è uscito da Aboca nel 2022. Dieci anni fa la regista Laura Dunn gli ha dedicato il commovente film “Look & See”, che vi consigliamo di vedere.

lunedì 31 agosto 2026

Tre visite guidate alla Torre Civica

A settembre il Comune di Calcinato invita gli interessati alla scoperta della Torre Civica di Piazza della Repubblica, offrendo tre opportunità di visite guidate nelle mattinate di sabato 5, 12 e 19 in due turni, alle ore 10 e alle 11.
Di origine medievale, il monumento è fra i pochissimi resti del castello che per lungo tempo aveva dominato la collina sulla quale sorse Calcinato ed è da secoli il simbolo della comunità,
La partecipazione è gratuita, ma è necessario prenotarsi telefonando in orario di ufficio al numero 030 963481 oppure inviando una e-mail all’indirizzo di posta elettronica biblioteca@comune.calcinato.bs.it.

martedì 25 agosto 2026

Non si farà l'impianto di recupero dei rifiuti inerti in via Cavicchione di Sopra

Su richiesta della stessa azienda, la Provincia di Brescia ha disposto l'archiviazione del procedimento di verifica di assoggettabilità alla valutazione di impatto ambientale (Via) relativo al progetto che aveva presentato la ditta Tima srl per la realizzazione di un nuovo impianto di recupero di rifiuti inerti in via Cavicchione di Sopra a Calcinato, con una potenzialità dichiarata di 150 mila tonnellate annue.
Nelle diverse fasi e conferenze dei servizi erano emerse criticità e richieste alla ditta di integrare la documentazione presentata. Ora l’archiviazione della pratica mette la parola fine a questa vicenda che avrebbe potuto concludersi con la realizzazione di un nuovo impianto per il trattamento e messa in riserva di materiali da scarto. in una zona già martoriata da diverse criticità di carattere ambientale e ad altissima densità di siti potenzialmente inquinanti, con una discarica che lavora il fluff, una nutrita serie di allevamenti intensivi, diverse aziende che utilizzano sui terreni agricoli di gessi di defecazione, i cantieri per la realizzazione della nuova linea ferroviaria ad alta velocità, un impianto di cogenerazione a biomassa legnosa e a un impianto di recupero di rottami in alluminio, per tacere del trafficatissimo contesto di viabilità, già da tempo satura delle presenze di autotreni e autoarticolati.

venerdì 21 agosto 2026

Galgenlieder

Coi calci dei fucili e i manganelli
si sgombrano le piazze e ci si timbra
la zucca dei codardi stenterelli
panciafichisti e ingrati a madre patria.

Ma con le bombe folgori dal cielo
si rende polvere il borgo selvaggio
e imparano a non essere dei nostri
e vedono chi e' qui che comanda.

Se poi venisse l'ora del gran fungo
che ce ne frega a noi che preferiamo
un giorno da leone e quel che segue
(s'intende: se a schiattare sono gli altri).

E' questa l'arte magna del governo
chi muore muore purche' noi si viva
e col saccheggio e colle spoglie opime
magari ci tiriamo su un bel tempio.

Che ce ne puo' fregare a noi dei fessi
che stanno li' sotto i calci e le bombe
s'erano furbi erano qui con noi
a governare il mondo e a farsi i selfie.

Benito d'Ippolito

venerdì 14 agosto 2026

Nella città dolente

I.

Gli amici che muoiono e mi lasciano solo
Le guerre che ancora non finiscono
La nostra sconfitta negli anni migliori
Scoprire che le menzogne hanno gambe lunghissime
Non riuscire a vedere piu' ne' la luna ne' il dito
Non avere mai cantato quando avevi la voce
Il cortisone e l'odio per il cortisone
Sapere che non c'e' ne' il Lete ne' l'Eunoe
Dimenticare le cose belle
Non riuscire a scordare le cose brutte
Non aver studiato abbastanza quando era l'ora di studiare
Non aver saputo fare il salto incatenato dagli scrupoli
Saper fare il gioco delle tre carte e rifiutarsi di farlo
Essere diventato zoppo senza essermene accorto
Non riuscire mai a vedere le cose chiare e distinte
Spaccare il capello in settanta volte sette
Riuscire a scrivere solo cosi' in fretta e furia
Dire le parole di taglio cercando di non ferire nessuno
Non voler comparire nell'ora e nel luogo della gioia
Continuare a non riconoscere la tua maschera
Non essere mai certo della cosa giusta
Preferire subire il male anziche' farlo
Passare quaranta giorni nel deserto e dieci anni sotto le mura
Raccontare dei tempi del cucco e sentirne un'acre nostalgia
Incontrare i tuoi morti nei sogni guardandosi in silenzio

II.
Sarebbe bello
trovare un coccodrillo nel cappello
Sarebbe forte
vincerla 'sta partita a scacchi con la morte
Sarebbe strano
accorgersi di avere un talismano
Sarebbe giusto
aver rispetto dei rami dell'arbusto
Sarebbe ora
di perdere la strada che addolora

III.
Cosa significhino queste parole
io non lo so
Perche' le scrivo queste parole
io non lo so
Quello che so
e' che occorre lottare
per abolire tutte le uccisioni
Quello che so
e' non dimenticare
che ogni persona ha speranze e ragioni
Quello che so
e' che la vita e' troppo bella
per essere triste
Quello che so
e' che la vita e' troppo bella
per toglierla a chicchessia

Simplicio Stratiotessi

mercoledì 12 agosto 2026

Sarebbe ora

Sarebbe ora che tutti riconoscessimo che ogni essere umano è un essere umano, e in quanto tale titolare di diritti, primo fra tutti il diritto alla vita.
Sarebbe ora che tutti riconoscessimo che la guerra, in quanto uccisione massiva di esseri umani, è il crimine più grande e il più inammissibile.
Sarebbe ora che tutti riconoscessimo che sono talune nostre dissennate attività ad avvelenare e devastare quest'unico mondo vivente di cui siamo parte, e che quindi è nostra responsabilità fermare la devastazione ed iniziare il risanamento e l'accudimento, prima che sia troppo tardi.
Sarebbe ora che tutti riconoscessimo che occorre passare dall'insensata adorazione della violenza che ci sta portando alla catastrofe, alla scelta morale e civile della nonviolenza che sola può salvare l'umanità e l'intero mondo vivente.

giovedì 6 agosto 2026

Senza Guccini

Senza Francesco Guccini questo blog non esisterebbe. E non sarebbero esistite nemmeno le giovinezze di chi lo scrive, almeno non sarebbero esistite nel modo entusiasmante in cui le abbiamo vissute. 
Se abbiamo conosciuto la grande letteratura, la storia della povera gente, la strada, Joan Baez e Bob Dylan, la rivolta, l'autostop, è a lui che diciamo grazie. 
Se sin dall'adolescenza abbiamo avuto nel pugno quattro stracci di strumenti per cercare di capire e interpretare il mondo, provando ogni giorno a migliorarlo, è anche merito suo.
Ora desolazione e sconforto pervadono le nostre vite, prede di tutti i colori della nostalgia: eran belli i nostri tempi.
Non verranno più fulgide primavere: lunghi inverni ci attendono per condurci neanche tanto lentamente al dissolvimento.

Nel ricordo di Hiroshima

Nel ricordo delle vittime di Hiroshima facciamo cessare tutte le guerre, che sempre e solo consistono nell’uccisione di esseri umani.
Nel ricordo delle vittime di Hiroshima realizziamo il disarmo, poiche' le armi sempre e solo servono a uccidere.
Nel ricordo delle vittime di Hiroshima aboliamo le organizzazioni armate, che tutti gli esseri umani trasformano in vittime o in carnefici.
Nel ricordo delle vittime di Hiroshima usciamo da questa preistoria dell'umanita' caratterizzata dalla violenza che e' sempre assassina, ed entriamo finalmente nella storia dell'umanita' caratterizzata dalla nonviolenza che sempre salva le vite.
Siamo una sola umana famiglia in quest'unico mondo vivente di cui tutte e tutti siamo insieme parte e custodi.
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Salvare le vite e' il primo dovere.
Chi salva una vita salva il mondo.
Nonviolenza o barbarie.

domenica 2 agosto 2026

In arrivo un impianto agrivoltaico a Bedizzole

Si terrà domattina alle ore 10 la Conferenza dei servizi indetta on line dall’amministrazione provinciale per l’esame del progetto per la costruzione e l'esercizio sul territorio comunale di Bedizzole di un impianto agrivoltaico di potenza pari a 16 mila e 200 kW, con le relative opere di connessione, che interesseranno anche il confinante territorio comunale di Calcinato.
L’area individuata si trova a nord del tracciato della ex strada statale 11 e a sud del sito per lo smaltimento di rifiuti speciali non pericolosi (in particolare di fluff, il residuo della frantumazione e del trattamento di autoveicoli).
La zona è da tempo disseminata di diverse criticità di carattere ambientale, con una altissima densità di discariche e altri siti potenzialmente inquinanti, una nutrita serie di allevamenti intensivi, diverse aziende che utilizzano sui terreni agricoli di gessi di defecazione, i cantieri per la realizzazione della nuova linea ferroviaria ad alta velocità, un impianto di cogenerazione a biomassa legnosa e a un impianto di recupero di rottami in alluminio, per tacere del trafficatissimo contesto di viabilità.
Già avviato il procedimento per il rilascio dell’autorizzazione e per l’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio o asservimento delle diverse aree interessate, il progetto è depositato sul portale Bandi e Servizi della Regione Lombardia.
Come si legge sul sito web istituzionale del Comune di Bedizzole “i proprietari e ogni altro soggetto interessato possono formulare osservazioni al responsabile del procedimento”, nel termine perentorio di trenta giorni a partire dal 29 luglio 2026, presso l’indirizzo di posta elettronica ambiente@pec.provincia.bs.it.
Successivamente le eventuali osservazioni saranno valutate per rispettiva competenza, qualora pertinenti all’oggetto del procedimento espropriativo o asservitivo. Al fine della quantificazione ed attribuzione delle indennità spettanti, gli interessati sono invitati a scrivere sia alla società proponente sia al Comune.

sabato 1 agosto 2026

Antonio Mazzi adolescente a Maguzzano durante la guerra: una storia illuminante

Ieri ci ha lasciato don Antonio Mazzi, che nelle molteplici attività di promozione umana ha legato il suo impegno educativo alla nonviolenza, considerandola non una debolezza ma un'energia vitale utile per migliorare i nostri rapporti umani.
Spirito ribelle e anticonformista, don Mazzi è stato protagonista dalle nostre parti di una storia che pochissimi conoscono. A raccontarla sono stati nel 2019, nel secondo volume dell’opera “Poi scese la notte”, gli storici Morando Perini, Damiano Scalvini e Carlo Susara (edizioni PresentArtSì).
Per gentil concessione degli autori - che ringraziamo - pubblichiamo alcune pagine del testo. 
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Don Antonio Mazzi è nato a Verona nel 1929 nel quartiere di S.Massimo. Rimasto orfano di padre in giovane età, allo scoppio della guerra la madre decise di allontanarlo dalla città di Verona sia per i pericoli della guerra, sia perché non voleva che la retorica fascista con le sue forme di indottrinamento ai ragazzi facesse presa sul figlio. A Verona c’era Don Calabria il quale aveva da pochi anni aperto un collegio scolastico per ragazzi a Maguzzano, nell’antico convento Benedettino dopo che i frati trappisti se ne erano andati. La madre di Antonio scelse di mandarlo li, non sapendo che lo stava comunque mandando in un luogo che, apparentemente isolato, fu comunque al centro di alcune vicende belliche.
Sono arrivato a Lonato nel 1941 come studente delle scuole medie. La disciplina che i frati ci imponevano era ferrea e frequenti erano anche le punizioni: io ero spesso allontanato dall’aula per il mio carattere indisciplinato. Nonostante nei primi tempi la guerra sembrava cosa lontana, ci si accorgeva delle ristrettezze per via del cibo: era poco e monotono. Il cuoco Fratel Savietto preparava spesso, alla sera, polenta e marmellata ma era marmellata ammuffita e io dicevo ai miei compagni di classe che era meglio spegnere la luce per non vedere sul serio quello che si mangiava. Me lo ricorderò sempre!
Eravamo circa 30 studenti e dal convento si usciva davvero poche volte. Ogni tanto mia mamma veniva a trovarmi in bicicletta da Verona e non mancava mai di portarmi qualcosa da mangiare, altre volte ero io ad andare a casa. La nostra fortuna è che i miei zii, i fratelli di mio padre, erano contadini ed erano loro a darci una mano. Ricordo benissimo quando fu proclamato l’armistizio l’8 settembre 1943 perché quella volta, per alcuni giorni, mangiammo tanto e bene: credo che il nostro frate che faceva il cuoco dette fondo alle riserve che teneva da parte. Si sentivano le campane suonare, ma tutto durò poco perché i tedeschi avevano occupato l’Italia e la guerra continuava, forse peggio di prima. Noi a Maguzzano continuammo a restare isolati e tutto sommato al sicuro fino all’estate del 1944 quando i bombardieri cominciarono a sentirsi e vedersi. Un bel giorno arrivarono anche i tedeschi e capimmo subito di che pasta era fatto il parroco di Maguzzano: Don Pietro Giacomini. Era evidente che non gradisse la presenza di soldati nel convento ma credo che non potesse opporsi. Con lui ricordo anche fratel Cornali e fratel Federico Gnesotto. Il grande convento fu così rigidamente diviso: nel primo cortile con l’ingresso carrabile dalla strada, quella che era la parte agricola del complesso, si sistemarono i tedeschi con la loro officina di riparazione; la scuola, gli studenti e… altri ospiti si sistemarono nelle stanze attorno al chiostro. Le porte che mettevano in comunicazione le due parti vennero chiuse e, credo, addirittura sprangate. Non c’era modo di passare da una parte all’altra. Don Pietro temeva che la ricognizione aerea potesse scoprire la presenza dei tedeschi e mandare a bombardare il convento con tutti noi dentro; per questo decise anche che i nostri alloggi e le classi sarebbero state nell’ala del convento verso il lago, cioè la più lontana da dove stavano i tedeschi. Diciamo che erano tedeschi, ma in realtà di tedeschi se ne vedevamo davvero pochi: per lo più erano operai italiani che lavoravano per i tedeschi. Inoltre tutti i lavori erano fatti tenendo sempre i mezzi da riparare nascosti sotto ai portici e non c’erano bandiere o segni che indicassero che quello era un presidio militare. Certo si potevano vedere dei mezzi che ogni tanto entravano e uscivano… ma tutto qui. Solo una attenta osservazione avrebbe fatto capire quello che succedeva li dentro. La mia impressione è addirittura che tutto fosse mimetizzato e forse non c’erano nemmeno sentinelle fuori dalle porte. Nonostante questa calma e la mia curiosità soprattutto per i mezzi blindati, posso dire che il mio sentimento rispetto ai tedeschi era di spavento e paura.
Ma chi osservava attentamente quanto accadeva c’era.
Dentro al convento, con l’appoggio di Don Pietro, si era sistemato un partigiano: Franco Ferlenga. Ufficialmente si trattava di un pittore che doveva dipingere una serie di pareti e di quadri con raffigurazioni religiose, tra cui Don Bosco, volute da Don Calabria ed in effetti Ferlenga era e sarà per tutta la sua vita un apprezzato artista, ma in realtà si trattava di un ex ufficiale del regio esercito che aveva fatto la guerra e che aveva trovato riparo nel convento dopo l’8 settembre 1943. Con se aveva anche una radio trasmittente, non so recuperata dove e come e che io non vidi mai, ma poi ho saputo che la teneva nelle cantine del convento. Io con Ferlenga parlavo spesso perché tutte le volte che venivo allontanato dalla classe per indisciplina andavo da lui e gli facevo da modello per i suoi dipinti: mi metteva mantelli e mi faceva posare per le varie figure di personaggi che stava dipingendo e così passavamo del tempo insieme e lui riusciva a darmi anche qualche cosa da mangiare… Avevo sempre fame. Ricordo che mi parlava delle sue vicende di guerra ma non mi disse mai della sua attività di partigiano; avevo solo capito che i tedeschi non gli piacevano e che li teneva controllati: ogni tanto spariva e non sapevo dove fosse andato ne me lo spiegava. Certo fu grazie a lui che Maguzzano non venne mai bombardato. Fu invece bombardato il viadotto ferroviario di Desenzano, quello me lo ricordo bene e tutti noi si aveva paura che succedesse una cosa simile anche a noi e all’officina dei tedeschi. La notte volava sopra di noi il “pippo” e ogni tanto si sentivano in lontananza gli scoppi delle bombe che lasciava cadere. Per questo motivo si andava a dormire mezzi vestiti e tante volte anche noi ragazzi abbandonavamo il convento per paura di essere bombardati e con i frati ci si andava a mettere in un improvvisato “rifugio” che era stato costruito vicino al cimitero di Maguzzano scavando in un terrapieno e chiudendolo con una tenda. In pratica eravamo all’aperto ma era sempre meglio che non essere vicini ai tedeschi. Nel rifugio qualche volta si restava per poco tempo, altre volete passammo tutta la notte ed il freddo, in quell’inverno tra il 1944 ed il 1945 si faceva sentire.
Oltre ai tedeschi, ai frati, a noi studenti, agli operai italiani ed a Ferlenga, nel convento c’erano anche altri ospiti di cui io, sempre molto attento, sentivo che se ne parlava. Erano dei civili nascosti nell’ala dove stava anche Ferlenga e mi resi conto della loro presenza perché io, appunto, da Ferlenga andavo. Furono li solo per poco tempo, ma erano una donna ebrea ed un medico.
Nell’estate del 1944 io avevo ormai completato i miei tre anni di scuola media ma mia mamma decise che non era il caso di farmi rientrare a Verona per il pericolo delle bombe. Adesso, però, la guerra era ormai anche a Maguzzano tra bombardamenti e tedeschi. Per questo motivo all’inizio del 1945 lasciai il convento e andai a Castel Cerino, una località sopra a Soave che sembrava essere davvero lontana dalla guerra, anche se da li si vedevano i bagliori dei bombardamenti su Verona. Non ricordo se ci spostammo tutti noi studenti o solo qualcuno, comunque era vero: li la guerra era una cosa lontana e me ne accorsi subito da quello che si mangiava: la carne di gallina alla domenica non mancava mai.
Lasciai Maguzzano con un autobus, con tanta paura dei bombardamenti e dunque non ho potuto assistere alle fasi finali della guerra, ma so che Ferlenga, con cui poi rimasi sempre in contatto, si adoperò insieme a Don Pietro perché tutto avvenisse senza pericoli e lutti. Ferlenga tornò a lavorare a Maguzzano ed a dipingere anche dopo la guerra.
Don Antonio Mazzi non dimenticherà mai quel periodo di guerra e pace trascorso a Maguzzano negli anni ’40 e quando, divenuto parroco a Milano, deciderà di impegnarsi per sottrarre alla piaga della droga i tossicomani del parco Lambro, la sua memoria tornerà a Maguzzano. Nel marzo 1985 con 13 ragazzi stipati su dei camper partirà da Milano per le colline di Maguzzano dove, tra la pace e la bellezza dei luoghi trascorrerà 6 mesi recuperandoli alla vita. La Comunità Exodus era nata.