C’è qualcosa di profondamente aberrante nella facilità con cui oggi si giudica, si etichetta e si esclude. Nella disinvoltura con cui si pronunciano parole senza preoccuparsi minimamente delle loro conseguenze. E trovo sempre più snervante continuare a sentir utilizzare l’espressione “italiani di seconda generazione”, soprattutto quando viene impiegata per sottolineare una differenza in modo negativo ed escludente, quasi a ricordare a qualcuno che, in fondo, non apparterrà mai completamente a questo Paese. Quel continuo “noi” e “voi”, quella necessità quasi ossessiva di tracciare confini tra le persone, non è soltanto una questione di linguaggio. Comprendo la complessità dell’essere umano, le sue contraddizioni, le sue paure, persino la sua resistenza al cambiamento. Quello che non riesco a comprendere è come si possa continuare ad accettare, e talvolta persino giustificare, una narrazione che finisce per normalizzare l’esclusione, alimentando le premesse di una divisione sempre più profonda. Le parole non sono mai innocue, specialmente quando diventano strumenti per stabilire chi appartiene e chi deve continuamente dimostrare di meritare un posto. Quello che mi inquieta di più è la progressiva assenza di empatia. L’incapacità, o forse la mancanza di volontà, di mettersi nei panni dell’altro. Di riconoscere una persona prima di un’origine, una storia prima di un’etichetta, un essere umano prima di qualsiasi categoria. Conosco bene quella necessità di giustificare chi sono. Di spiegarlo e rispiegarlo, come se la mia identità avesse continuamente bisogno di essere convalidata dallo sguardo degli altri. E non sempre ho la pazienza di farlo gentilmente. A volte ignoro, altre volte reagisco con rabbia, sorprendendo chi si sente autorizzato a mettere in discussione la mia identità, come se il problema fosse la mia reazione e non il fatto stesso di dovermi ancora giustificare. Come se fossi io a dover spiegare qualcosa che dovrebbe essere ormai evidente: il tessuto sociale si modifica, si trasforma, cambia. Perché le società non sono realtà immobili e perché evolversi, incontrarsi e contaminarsi è parte della natura umana. E invece siamo ancora qui, a discutere di appartenenza come se fosse una questione di purezza, di provenienza o di legittimazione da parte di qualcuno. Abbiamo bisogno di recuperare il senso profondo della convivenza, della responsabilità delle parole e, soprattutto, dell’umanità. Perché una società non si disgrega soltanto attraverso i grandi conflitti. Si disgrega anche attraverso le piccole esclusioni quotidiane, l’indifferenza, i pregiudizi normalizzati, le parole pronunciate con leggerezza e le identità continuamente messe in discussione. Che senso abbia parlare di evoluzione sociale, se non siamo ancora capaci di riconoscerci come esseri umani prima di ogni altra cosa?
Aglaya Luz Jimenez Turati
