lunedì 25 luglio 2011

CONTRO LE CAMPAGNE DI LIBIA ED AFGHANISTAN




Chiediamo a tutte le persone di volonta' buona e di retto sentire di far sentire la propria voce al Parlamento italiano affinche' non rifinanzi le guerre e le stragi in Afghanistan e in Libia.

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La partecipazione italiana a quelle guerre e' illegale, poiche' viola l'art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana.

La partecipazione italiana a quelle guerre e' gia' costata troppe morti, tra cui quaranta giovani soldati italiani.

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La partecipazione italiana a quelle guerre costituisce anche uno sperpero scellerato ed assurdo di enormi risorse finanziarie dello stato italiano.

Quegli ingenti fondi non siano piu' utilizzati per provocare la morte di esseri umani, e siano utilizzati invece per garantire in Italia a tutti il diritto alla casa, alla scuola, alla salute, all'assistenza.

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Chiediamo che il Parlamento ripudi la guerra, nemica dell'umanita'.

Chiediamo che il Parlamento riconosca, rispetti e promuova la vita, la dignita' e i diritti di ogni essere umano.

Chiediamo al Parlamento che cessi la partecipazione italiana alle guerre in corso.

Chiediamo al Parlamento che si torni al rispetto della Costituzione della Repubblica Italiana.

Chiediamo al Parlamento che l'Italia svolga una politica internazionale di pace con mezzi di pace, per il disarmo e la smilitarizzazione dei conflitti, per il riconoscimento e l'inveramento di tutti i diritti umani per tutti gli esseri umani.

Solo la pace salva le vite.

linea indipendente

venerdì 22 luglio 2011

UN TUFFO AL CUORE




Poi il ritorno;nel vedere la fotografia, la comprensione che trattasi solo di una strana omonimia..

martedì 19 luglio 2011

(re) INSTALLAZIONE DI FONTANE PUBBLICHE SUL TERRITORIO




Un anonimo compagno ci ha contattato per avanzare 2 proposte, che cominciamo a pubblicare:



Le Fontane sono sparite dal Territorio Comunale; le motivazioni addotte, al tempo del loro smantellamento, erano di eccessivo spreco di acqua, oltre a scuse di tipo igienico.

Con le dispersioni accertate del nostro vecchio acquedotto non crediamo sia certo la presenza di qualche punto di erogazione pubblico a metterne in crisi il bilancio idrico, tanto più se si prevedesse di dotare i rubinetti di moderne tecnologie a tempo.

Ma questo lo sappiamo.
La realtà è ben più triste: l'acqua della fontana è di tutti e forse è proprio questo ad aver generato fastidio ed indotto i diversi amministratori a liberarsene; perché è cambiata la composizione del concetto di tutti.
Invece che luogo del refrigerio e del civilissimo diritto a dissetarsi, sono state confuse come problema di sicurezza ed igiene pubblica. L'esito è che nemmeno i cittadini (non quelli definiti dai precetti della rivoluzione francese, ma piuttosto quelli che possono vantare radici generazionali in paese) possono goderne. Neanche quando utilizzano la rete di percorsi ciclopedonale che sta godendo di sempre maggior successo. Se si vuole perseguire questa idea dell'attraversamento diffuso del territorio, con scopi sportivi e di loisir, perché non ricominciare a dotare di minimi dotazioni?

Solo la toponomastica ci ricorda la presenza diffusa e capillare sul territorio di luoghi legati alla presenza di acqua: dalle contrade Pòs, Pòsèt, Sariolète, Fòs a Neuf, alle località inurbate Caiciù, Bòche, fino alla presenza di un'infinità di fossi, canali e condotte, per lo più, purtroppo, interrate; il processo di distruzione del paese ha portato ad una realtà assolutamente irriconoscibile ed omologata.

La proposta è integrabile anche con la richiesta dell'adesione al progetto della provincia di Brescia per l'installazione di uno (o più) punti acqua, come quasi tutte le realtà limitrofe hanno fatto.


attendiamo, come al solito, idee in proposito, suggerimenti o commenti

lunedì 18 luglio 2011

GASDOTTI E BOLLETTE




Non si scopre nulla. L'amministrazione comunale è lenta, senza progettualità e senza prospettiva. Il ritardo, anzi, il fatto di non aver neanche preso in considerazione il dovere di bandire una gara per il rinnovo della gestione delle reti gas ne è l'ennesima conferma.
La normativa recente (che vincola i contratti in attesa della definizione degli ATE, favorendo i concessionari) blocca la possibilità di rivedere gli accordi di gestione; alcuni comuni (Offlaga per esempio) hanno appaltato ad un nuovo gestore, nonostante la normativa non fosse coerente ed hanno vinto un ricorso al TAR di Brescia che ha reinterpretato la norma.
Calcinato poteva addirittura evitare questo passaggio, dato che da anni proroga ad A2A un contratto vecchio di più di vent'anni.

Abbiamo votato a favore di un ulteriore anno di proroga perché riteniamo che sia meglio una gestione di una grande azienda a capitale pubblico, in prosecuzione di quanto sta avvenendo oggi, in questo momento di passaggio; con la richiesta esplicita di cominciare immediatamente ad organizzare un bando, eventualmente intercomunale, con la finalità di incrementare gli incameramenti da parte del comune, mantenendo fissi costi e qualità del servizio per i cittadini.
Anzi, perché non pensare addirittura ad una gestione diretta della rete gas?
Polemizzare, sbandierando cifre e cifroni alla Berlusconi, non sappiamo fino a che punto sia interessante e produttivo; e non crediamo neanche sia il modo utile per sviluppare la progettualità nella giunta al potere.

domenica 17 luglio 2011

SULLA PROROGA AL P.A. IN VARIANTE "COSTIOLO"




Prima si demolisce tutto; dando il colpo di grazia a quanto non è crollato dopo anni di abbandono. Per evitare che qualcosa d'altro possa essere detto su un luogo così sensibile per il paese.
E poi, in previsione di una legge regionale che punisce i comuni inadempienti in termini di adozione del PGT, bloccandone i piani attuativi, si chiede la proroga di un piano di recupero in variante a dir poco scellerato.
L'area aveva conosciuto in tempi abbastanza recenti una proposta trasformativa che evitava inutili demolizioni e la riperimetrazione, inserita solo per allargare la speculazione; ma ovviamente era stata bocciata. E' successo così anche per un altra vergogna urbanistica: la distruzione di Palazzo Bassa in via XX Settembre.
La mannaia della LR 3/2011 poteva essere occasione per ripensare completamente il piano, autorizzato, ma non eseguito; invece l'amministrazione ha preferito asseverare ulteriormente questo scempio.
Il voto del nostro gruppo in consiglio comunale è stato coerente con le altre richieste di proroga: consci del garbuglio legislativo abbiamo preferito (peccando di pietà) non intrometterci in quella che è pubblicamente è stata venduta come una questione privatistica, legata a difficoltà imprenditoriali, astenendoci.
Lavarsi le mani non serve a nulla, è vero, ma comunque non stando al governo del paese (e neanche in commissione urbanistica, dove quantomeno questi ragionamenti potrebbero essere messi a verbale, in vece di una passività dei membri che genera sempre unanimità dei giudizi) è impossibile incidere sulle scelte di trasformazione territoriale.

Demolire palazzo Bianchi, oltre che stupido, è perfettamente inutile. Altrove potrebbero essere concordate le operazioni speculative: in espansione ai margini dell'abitato in aree appositamente previste, con standard, parametri e modalità non in variante quantomeno. Così come è stupido ed inutile deformare parte del centro storico, inserendovi ulteriori volumetrie gigantesche, se rapportate al contesto.

Trentacinque anni fa si demoliva la Filanda, che col senno già di allora, non di poi, avrebbe risolto la necessità di spazi pubblici per le generazioni a venire, in opera dall'orizzonte culturale notevole.
Oggi demoliamo parte della storia politica, culturale ed architettonica del paese. In favore di una speculazione inutile, della quale, tolti i diretti interessati, probabilmente nessuno è a favore.
E allora qual è la rappresentanza del consiglio e della giunta??

giovedì 14 luglio 2011

ISLANDA, QUANDO IL POPOLO SCONFIGGE L'ECONOMIA GLOBALE



di Andrea Degl'Innocenti

L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.

Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia diuna delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.

L'Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un'eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un'esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.

Ma procediamo con ordine. L'Islanda è un'isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia, situato un poco a sud dell'immensa Groenlandia.

15 anni di crescita economica avevano fatto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.

Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull'euro – che perse in breve l'85 per cento – non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta.

Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.

A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.

Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.

Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d'Islanda era decisamente troppo.

Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un'entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.

Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.

La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell'intervista - ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.

A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L'Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing,Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l'Islanda.

In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola 'presidente' al posto di 're').

Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.

Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo - ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente - che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet".

Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio eranotrasmesse in streamingonline e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.

Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.

Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?


da ilcambiamento.it

sabato 18 giugno 2011

Appunti sulla soppressione dei partiti politici


I partiti sono organismi costituiti pubblicamente, ufficialmente in modo da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia.


Il termine partito è preso in questo caso nel significato che ha sul continente europeo. Nei paesi anglosassoni questo termine sta ad indicare una realtà ben diversa, che ha la sua radice nella tradizione inglese e che non è quindi trapiantabile. Un secolo e mezzo di esperienze lo dimostra a sufficienza. C’è nei partiti anglosassoni un elemento di gioco, di sport, che non può esistere se non in una istituzione di origine aristocratica; tutto invece è serio in una istituzione che è plebea in partenza.


La nozione di partito non faceva parte della concezione politica francese del 1789, fuor che come un male da evitare. Ci fu tuttavia il club dei Giacobini. Dapprima era solo un luogo di libere discussioni. Non fu alcuna specie di meccanismo fatale a trasformarlo: fu unicamente la pressione della guerra e della ghigliottina che ne fece un partito totalitario.Le lotte di fazione sotto il Terrore si svilupparono secondo il pensiero così ben formulato dal Tomski: “Un partito al potere e tutti gli altri in prigione”. Sul continente europeo il totalitarismo è il peccato originale dei partiti.


Per un verso rappresenta l’eredità del Terrore, per un altro verso l’influenza dell’esempio inglese, che introdusse i partiti nella vita pubblica europea. Il fatto però che essi esistono non è assolutamente un motivo per conservarli. Il bene soltanto è un motivo legittimo di conservazione. Il male dei partiti politici salta agli occhi. Il problema da esaminare consiste nel vedere se vi sia in essi un bene che abbia il sopravvento sul male e che renda pertanto desiderabile la loro esistenza.


Cade tuttavia molto più a proposito domandarsi: vi è in essi una benché infinitesima parte di bene? Non sono essi un male allo stato puro o quasi? Se rappresentano un male, è chiaro che di fatto e nella pratica non possono produrre che del male. E’ un articolo di fede. “Un buon albero non può mai portare frutti cattivi, né un albero marcio dei frutti buoni”.Ma bisogna anzitutto capire qual è il criterio del bene. Questo non può essere che la verità, la giustizia, e, in secondo luogo, l’utilità pubblica.


La democrazia, il potere della maggioranza non sono beni. Sono dei mezzi in vista del bene, a torto o a ragione ritenuti efficaci. Se, invece di Hitler, la Repubblica di Weimar avesse deciso attraverso le vie più rigorosamente legali e parlamentari di mettere gli Ebrei in campi di concentramento e di torturarli con raffinatezza fino alla morte, non avrebbero avuto un atomo di legittimità più di quanto non ne abbiano attualmente. Ora una tal cosa non è per niente inconcepibile.


Solo ciò che è giusto è legittimo. Il delitto e la menzogna non lo sono mai.


Il nostro ideale repubblicano deriva interamente dalla nozione di volontà generale dovuta a Rousseau. Ma il senso di questa nozione si è smarrito quasi subito, perché si tratta di una nozione complessa e richiede un grado di attenzione notevole.


A parte alcuni capitoli, pochi libri sono belli, forti, lucidi e tersi come Il Contratto Sociale. Si dice che pochi libri hanno avuto altrettanta influenza. Ma di fatto tutto è avvenuto e ancora avviene come se non fosse mai stato letto.


Rousseau partiva da due principi evidenti. L’uno che la ragione discerne e sceglie la giustizia e l’utilità innocua, e che ogni delitto ha per movente la passione. L’altro, che la ragione è identica in tutti gli uomini, mentre le passioni sono per lo più diverse. Per conseguenza, se su un problema generale ciascuno riflettesse solo ed esprimesse una opinione, e se le opinioni fossero in seguito confrontate fra di loro, probabilmente esse coinciderebbero per la parte giusta e ragionevole di ciascuno, e sarebbero differenti per quanto riguarda le ingiustizie e gli errori.


E’ solo in virtù di un ragionamento di questo genere che si ammette che il consensus universale indichi la verità.


La verità è una sola. La giustizia è una sola. Gli errori, le ingiustizie variano all’infinito. Parimenti gli uomini convergono nel giusto e nel vero, mentre la menzogna e il delitto li fanno indefinitamente divergere. Poiché l’unione è una forza materiale, è lecito sperare di trovare in essa un mezzo per rendere quaggiù la verità e la giustizia materialmente più forti che il delitto e l’errore.


Ci vuole un meccanismo adatto. Se la democrazia è questo meccanismo è valida. Altrimenti no.


Una volontà ingiusta comune a tutta la nazione non era per niente superiore agli occhi di Rousseau - ed era nel vero - alla volontà ingiusta di un solo uomo.Rousseau pensava però che una volontà comune a tutto un popolo era di fatto per lo più conforme alla giustizia per via della reciproca neutralizzazione e compensazione delle passioni particolari. In ciò stava per lui l’unico motivo di preferire la volontà del popolo a una volontà singola.Così avviene che una data massa d’acqua, benché composta di particelle che si muovono e si urtano senza posa, è perfettamente equilibrata e statica. Essa rimanda agli oggetti le loro immagini con una verità inoppugnabile. Essa indica perfettamente il piano orizzontale. Essa dice senza errore la densità degli oggetti che vi si immergono.


Qualora individui passionali, portati dalla passione al delitto e alla menzogna, riescano a equilibrarsi in un popolo veridico e giusto, allora è bene che il popolo sia sovrano. Una costituzione democratica è buona se realizza anzitutto nel popolo questo stato di equilibrio, e se solo in seguito fa in modo che i voleri del popolo vengano eseguiti.


Il vero spirito del 1789 consiste nel pensare non che una cosa è giusta perché il popolo la vuole, ma che a certe condizioni il volere del popolo ha maggiori probabilità di qualsiasi altro volere di essere conforme alla giustizia.Vi sono parecchie condizioni indispensabili per poter applicare la nozione di volontà generale. Due particolarmente vanno tenute presenti.L’una è che nel momento in cui il popolo prende coscienza di uno dei suoi voleri e lo esprime, non vi sia alcuna specie di passione collettiva.


E’ chiaro che per il solo fatto che vi sia passione collettiva il ragionamento di Rousseau cade. Rousseau lo sapeva. La passione collettiva è un impulso al delitto e alla menzogna infinitamente più potente di qualsiasi passione individuale. Gli impulsi cattivi, in questo caso lungi dal neutralizzarsi, si elevano reciprocamente alla millesima potenza. La pressione diventa quasi irresistibile, fuorché per gli autentici santi.


Una massa d’acqua movimentata da una corrente violenta, impetuosa, non riflette più gli oggetti, non è più una superficie orizzontale, non indica più le densità. E non ha importanza che sia mossa da una sola corrente o da cinque o sei correnti che si urtino e che provochino dei gorghi. In ambedue i casi è ugualmente agitata.


Se una sola passione collettiva afferra tutto un paese, il paese intero è unanime nel delitto. Se due o quattro o cinque o dieci passioni collettive lo dividono, esso è diviso in parecchie bande di criminali. Le passioni divergenti non si neutralizzano come avviene per una polvere di passioni individuali fuse in una massa; il numero è molto piccolo, è troppo piccolo, la forza di ciascuna è troppo grande, perché possa avere luogo la neutralizzazione. La lotta le esaspera. Esse cozzano con un frastuono veramente infernale, e che rende impossibile udire anche solo per un secondo la voce della giustizia e della verità, quasi sempre impercettibile.


Quando in una nazione vi è passione collettiva è probabile che non importa quale volontà singola sia più vicina alla giustizia e alla ragione che la volontà generale o piuttosto di ciò che ne costituisce la caricatura.La seconda condizione è che il popolo possa esprimere il suo volere rispetto ai problemi della vita pubblica e non fare soltanto una scelta di persone. Ancora meno una scelta di collettività irresponsabili. Poiché la volontà generale non ha alcuna relazione con una tale scelta.


Se nel 1789 ebbe luogo una certa espressione della volontà generale, benché si fosse adottato il sistema rappresentativo non sapendone immaginare un altro, ciò avvenne perché ci furono ben altro che delle elezioni. Tutto ciò che vi era di vivo nel Paese - e il Paese a quel tempo traboccava di vita - aveva cercato di esprimere un pensiero valendosi dei quaderni di rivendicazione. I rappresentanti si erano in gran parte fatti conoscere nel corso di cooperazione nel pensiero; ne conservavano il calore; sentivano il Paese attento alle loro parole, geloso di sorvegliare se esse traducevano esattamente le sue aspirazioni. Per qualche tempo - breve tempo - essi furono veramente semplici organi di espressione al servizio del pensiero pubblico.Un fatto simile non ebbe mai più luogo.


La semplice enunciazione di queste due condizioni dimostra che non abbiamo mai conosciuto niente che assomigli anche di lontano a una democrazia. In ciò che chiamiamo con questo nome, il popolo non ha né l’occasione, né il mezzo di esprimere qualche parere su problemi della vita pubblica; e tutto ciò che sfugge agli interessi dei singoli è lasciato alle passioni collettive, le quali vengono sistematicamente e ufficialmente incoraggiate. Lo stesso uso dei termini democrazia e repubblica obbliga a esaminare con attenzione estrema i due seguenti problemi:- come dare di fatto agli uomini che compongono il popolo di Francia la possibilità di esprimere talvolta un giudizio sui grandi problemi della vita pubblica?- Come impedire nel momento in cui il popolo è interrogato, che circoli in mezzo a lui qualche specie di passione collettiva?


Se non si pensa a questi due punti, è inutile parlare di legittimità repubblicana.Non è facile immaginare delle soluzioni. Ma è evidente, dopo un attento esame, che ogni soluzione implicherebbe anzitutto la soppressione dei partiti politici.


Per giudicare i partiti politici secondo il criterio della verità, della giustizia, del bene pubblico, conviene cominciare col fissarne i caratteri essenziali.


Se ne possono stabilire tre:- un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva.- Un partito politico è un’organizzazione costituita in modo da esercitare una oppressione collettiva sul pensiero di ciascuno degli esseri umani che ne sono membri.- Il primo scopo e, in ultima analisi l’unico scopo di ogni partito politico, è il suo potenziamento, e ciò senza alcun limite.


In grazia di questo triplice carattere, ogni partito è totalitario in germe e come aspirazione. Se non è tale di fatto, è solo perchè quelli che lo circondano non lo sono meno di lui.


Queste tre caratteristiche sono verità di palmare evidenza per chiunque si è accostato alla vita dei partiti.


La terza caratteristica è il caso particolare di un fenomeno che si verifica là dove il collettivo domina gli esseri pensanti. E’ il rovesciamento della relazione tra fine e mezzo. Ovunque, e senza eccezione, tutte le cose generalmente considerate come dei fini sono per natura, per definizione, per essenza e nel modo più evidente unicamente dei mezzi. Si potrebbero citare tanti esempi quanti si vuole in tutti i campi. Denaro, potere, Stato, grandezza nazionale, produzione economica, diplomi universitari, e così via.


Solo il bene è un fine. Tutto ciò che appartiene al dominio dei fatti rientra nell’ordine dei mezzi. Ma il pensiero collettivo è incapace di elevarsi al di sopra del dominio dei fatti. E’ un pensiero animale. Non ha la nozione del bene che in misura a mala pena sufficiente per commettere l’errore di scambiare questo o quel mezzo per un bene assoluto.La stessa cosa avviene per i partiti. In linea di principio il partito è uno strumento al servizio di una certa concezione del bene pubblico.


Ciò è vero anche per quelli che sono legati agli interessi di una categoria sociale, poiché si tratta sempre di una certa concezione del bene pubblico in virtù della quale vi sarebbe coincidenza tra il bene pubblico e quegli interessi. Ma questa concezione è estremamente vaga. Ciò è vero senza eccezione e quasi senza differenza di grado. I partiti più deboli e i partiti più fortemente organizzati si equivalgono quanto alla indeterminatezza della dottrina. Nessuno, per quanto abbia profondamente studiato la politica, riuscirebbe a esporre in modo chiaro e preciso la dottrina di alcun partito, ivi compreso, dandosi il caso, il suo.


Ciò non lo confessiamo volentieri neppure a noi stessi. Se ce lo confessassimo, saremmo ingenuamente tentati di vederci il segno di una incapacità personale, non riuscendo a capire che l’espressione: “Dottrina di un partito politico” non può mai, data la natura delle cose, avere alcun significato.


Anche se trascorresse tutta la sua vita a scrivere e a esaminare problemi ideologici, un uomo non ha che molto raramente una dottrina. Una collettività non ne ha mai. Non è merce collettiva.


È vero, si può parlare di dottrina cristiana, dottrina indù, dottrina pitagorica, e così via. Ciò che allora si indica con questo termine non è né individuale né collettivo; è una cosa situata infinitamente al di sopra dell’uno o dell’altro campo. È, puramente e semplicemente, la verità.Il fine di un partito politico è cosa vaga e irreale. Se fosse reale esigerebbe un grandissimo sforzo di attenzione, poiché una concezione del bene pubblico non è cosa facile da pensare. L’esistenza del partito è palpabile, evidente, e non esige nessun sforzo per essere ammessa. Riesce pertanto inevitabile che di fatto il partito diventi fine a se stesso.Già in questo vi è della idolatria, poiché Dio solo è un fine legittimo per se stesso.


Il passaggio è facile. Basta porre come assioma che la condizione necessaria e sufficiente affinché il partito serva efficacemente la concezione del bene pubblico in vista del quale esiste è che abbia una larga porzione di potere.


Tuttavia nessuna quantità finita di potere può di fatto essere ritenuta sufficiente, soprattutto allorché è stata ottenuta. In seguito all’assenza di pensiero, il partito si trova praticamente in un costante stato di impotenza che esso attribuisce sempre all’insufficienza di potere di cui dispone. In realtà, fosse pure padrone assoluto del Paese, le esigenze internazionali impongono limiti ben definiti.


La tendenza essenziale dei partiti è totalitaria non soltanto rispetto a una nazione, ma rispetto al globo terrestre. Appunto perché la concezione del bene pubblico, caratteristica di questo o di quel partito, è una finzione, una cosa vuota e senza realtà si impone la ricerca della potenza totale. Ogni realtà implica di per sé un limite. Ciò che invece semplicemente non esiste non è mai limitabile.


Per questo si dà alleanza e parentela fra il totalitarismo e la menzogna.


Molti, è vero, generalmente non pensano a una potenza totale; questo pensiero farebbe loro paura. È un pensiero vertiginoso e occorre una specie di grandezza d’animo per sostenerlo. Costoro, quando si interessano di un partito, si contentano di desiderarne lo sviluppo; lo fanno però come una cosa che non comporti alcun limite. Se quest’anno vi sono tre iscritti più che l’anno scorso, oppure se la colletta ha dato 100 franchi in più, sono contenti. Ma desiderano che ciò continui indefinitamente nella stessa direzione. Essi non concepirebbero che il loro partito potesse avere in qualche caso troppi iscritti, troppi elettori, troppi mezzi.


Il temperamento rivoluzionario porta a concepire la totalità. Il temperamento piccolo-borghese porta ad acclimatarsi nell’immagine di un progresso lento, continuo e illimitato. Ma nei due casi lo sviluppo materiale del partito diventa l’unico criterio rispetto al quale si definiscono in tutte le cose il bene e il male. Precisamente come se il partito fosse un animale da ingrassare, e l’universo fosse stato creato per ingrassarlo.


Non si può servire Dio e Mammona. Qualora si abbia un criterio del bene diverso dal bene, si perde la nozione del bene.


Dal fatto che lo sviluppo del partito costituisce un criterio del bene, deriva inevitabilmente una pressione collettiva del partito sul pensiero degli uomini. Questa pressione si esercita di fatto. Si rivela pubblicamente. È confessata, proclamata. Tutto questo ci farebbe orrore se l’abitudine non ci avesse straordinariamente accecati.


I partiti sono organismi costituiti pubblicamente, ufficialmente in modo da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia.


La pressione collettiva viene esercitata sul grande pubblico attraverso la propaganda. Lo scopo confessato dalla propaganda è di persuadere, non di comunicare maggior luce. Hitler aveva compreso benissimo che la propaganda è sempre un tentativo di asservire gli spiriti. Tutti i partiti fanno propaganda. Quello che non ne facesse sparirebbe per il fatto che gli altri ne fanno. Tutti confessano che fanno della propaganda. Nessuno ha tanto coraggio nella menzogna al punto da affermare che si interessa dell’educazione del pubblico, che lavora per formare il giudizio del popolo.


I partiti parlano, è vero, di educazione rispetto a coloro che sono venuti ad essi, simpatizzanti, giovani, nuovi iscritti. Questa parola è una menzogna.


Si tratta di una preparazione per portare a compimento il dominio ben più rigoroso esercitato dal partito sul pensiero dei suoi membri.


Supponiamo che l’iscritto di un partito – deputato, candidato alla Camera, o semplicemente militante – prenda pubblicamente il seguente impegno: “Ogni qualvolta esaminerò non importa quale problema politico o sociale, mi impegno a dimenticare assolutamente il fatto che io sono membro di questo gruppo e a preoccuparmi esclusivamente di discernere il bene pubblico e la giustizia”.


Questo linguaggio suonerebbe molto male. I suoi e anche molti altri lo accuserebbero di tradimento. I meno ostili direbbero: “E allora perché si è iscritto a un partito?”, confessando così ingenuamente che entrando in un partito si rinuncia a cercare unicamente il bene comune e la giustizia. Quest’uomo verrebbe espulso dal suo partito, o almeno ne perderebbe l’investitura; non sarebbe certamente eletto.


Ma, ciò che è più grave, non sembra neppure possibile che queste cose vengano dette. Di fatto, salvo errore, non sono mai state dette. Se sono state pronunciate delle parole apparentemente simili a quelle, era soltanto in virtù di uomini desiderosi di governare con appoggio di partiti diversi dal loro. Parole di questo genere suonavano allora come una specie di mancanza alla parola data.


Per converso sembra molto naturale, ragionevole e onorevole che qualcuno dica: “Come conservatore”, oppure: “Come socialista io penso che …”.


Questo, è vero, non è caratteristico solo dei partiti. Non ci si vergogna per esempio di dire: “Come francese, io penso che …”, “Come cattolico, io penso che …”.


Alcune ragazze che si dicevano attaccate al gollismo, come all’equivalente francese dell’hitlerismo, aggiungevano: “La verità è relativa, anche in geometria”. Toccavano con ciò il nòcciolo della questione.


Se non vi è verità, è legittimo pensare in questo o in quel modo in quanto si è di fatto questa o quella cosa. Come si hanno capelli neri, bruni, rossi o biondi, poiché si è tali, si esprimono questi o quei pensieri. Il pensiero, come i capelli, diventa allora il prodotto di un processo fisico di eliminazione.


Se invece si riconosce che vi è una sola verità, non è lecito pensare se non ciò che è vero. Si pensa allora questa data cosa, non perché si è di fatto francese, o cattolico, o socialista, ma perché la luce irresistibile dell’evidenza obbliga a pensare così e non altrimenti.


Se non vi è evidenza e ha luogo il dubbio, è chiaro che nello stato di conoscenza di cui si dispone, la questione è dubbiosa. Se vi è una debole probabilità, è evidente che vi è una debole probabilità; e così via. In ogni caso la luce interiore accorda sempre a chiunque la consulti una risposta chiara. E il contenuto della risposta è più o meno affermativo; poco importa. Esso è sempre suscettibile di revisione; ma nessuna correzione può essere apportata se non attraverso un accrescimento di luce interiore.


Se un uomo, iscritto ad un partito, è assolutamente deciso a non essere fedele in tutti i suoi pensieri che alla luce interiore esclusivamente e a niente altro, non può far conoscere questa risoluzione al suo partito. Di fronte ad esso è in stato di menzogna.


Tale situazione non può essere accettata se non in vista della necessità che costringe a trovarsi in un partito per partecipare efficacemente alla vita pubblica. Ma allora questa necessità è un male, e occorre mettervi fine, sopprimendo i partiti.


Un che non ha deciso di essere esclusivamente fedele alla luce interiore stabilisce la menzogna nel centro stesso dell’anima. Le tenebre interiori ne sono la punizione. Invano si cercherebbe di tirarsi fuori distinguendo fra libertà interiore e indisciplina esteriore poiché bisognerebbe in questo caso mentire al pubblico verso il quale ogni candidato, ogni eletto ha un obbligo particolare di verità.


Se mi appresto a dire in nome del mio partito cose che stimo contrarie alla verità e alla giustizia, posso dirlo in una avvertenza preliminare? Se non lo faccio, mento. Di queste tre forme di menzogna – verso il partito, verso il pubblico, verso se stesso – la prima è di gran lunga la meno cattiva. Se però l’appartenenza a un partito costringe sempre, in ogni caso, alla menzogna, l’esistenza dei partiti è assolutamente, incondizionatamente un male.Capitava sovente di vedere negli avvisi di assemblee: il Sig. X … esporrà il punto di vista comunista (sul problema in oggetto). Il Sig. Y … esporrà il punto di vista socialista. Il Sig. Z … esporrà il punto di vista radicale.In che modo questi infelici potevano conoscere il punto di vista che dovevano esporre? Chi potevano essi consultare? Quale oracolo? Una collettività non ha lingua ne penna. Gli organi di espressione sono tutti individuali. La collettività socialista non risiede in alcun individuo. Così la collettività radicale. La collettività comunista risiede in Stalin, ma egli è lontano; non si può telefonargli prima di parlare in una riunione.No, i signori X …, Y …, Z … consultavano se stessi. Ma siccome erano onesti, si mettevano dapprima in uno stato mentale particolare, in uno stato simile a quello in cui li aveva posti così sovente l’atmosfera degli ambienti socialisti, comunisti, radicali.


Posti in questo stato mentale, se ci si lascia andare alle proprie relazioni si produce naturalmente un linguaggio conforme ai “punti di vista” comunista, socialista, radicale.


A condizione, beninteso, di proibirsi rigorosamente ogni sforzo di attenzione per scoprire la giustizia e la verità. Se un tale sforzo venisse compiuto si rischierebbe – orrore! – di esprimere un “punto di vista personale”.


Oggi infatti si pensa che la tensione verso la giustizia e la verità corrispondono ad un punto di vista personale.


Quando Ponzio Pilato ha domandato al Cristo: “Che cos’è la verità?” il Cristo non ha risposto. Egli aveva già risposto dicendo: “Io sono venuto a portare testimonianza della verità”.Non vi è che una risposta. La verità sono i pensieri che sorgono nello spirito di una creatura pensante desiderosa totalmente, esclusivamente della verità.La menzogna, l’errore – termini equivalenti – sono i pensieri di coloro che non desiderano la verità, e di coloro che desiderano la verità più qualche altra cosa. Per esempio, che desiderano la verità e in più la conformità con questo o con quel pensiero stabilito.


Ma come desiderare la verità senza sapere niente di essa? Questo è il mistero dei misteri. Le parole che esprimono una perfezione inconcepibile per l’uomo – Dio, verità, giustizia – pronunciate interiormente con desiderio, senza essere unite con alcuna concezione particolare, hanno il potere di elevare l’anima e di inondarla di luce.


Desiderando la verità a vuoto e senza tentare di indovinarne in anticipo il contenuto si riceve la luce. In ciò consiste dunque il meccanismo dell’attenzione.


È impossibile esaminare i problemi spaventosamente complessi della vita pubblica badando contemporaneamente da una parte a discernere la verità, la giustizia, il bene pubblico, dall’altra a conservare l’atteggiamento che conviene al membro di un tale raggruppamento. La facoltà umana dell’attenzione non è capace di due prestazioni simultanee. Di fatto, chiunque sceglie all’una, abbandona l’altra.


Ma nessuna sofferenza attende colui che abbandona la giustizia e la verità. Mentre il sistema dei partiti implica le penalità più dolorose per gli indocili, si tratta di penalità che toccano quasi tutto -–la carriera, i sentimenti, l’amicizia, la stima, la parte esteriore dell’onore, talvolta persino la vita familiare. Il partito comunista ha portato il sistema alla perfezione.Anche per colui che non cede interiormente, l’esistenza di penalità falsa inevitabilmente il discernimento. Poiché se egli vuole reagire contro l’invadenza del partito, questa volontà di reazione è un movente estraneo alla verità, del quale bisogna diffidare. Ma questa stessa diffidenza è estranea alla verità; e così via. La vera attenzione è uno stato talmente difficile per l’uomo, talmente violento che ogni turbamento personale della sensibilità è sufficiente a ostacolarla. Ne deriva l’obbligo imperioso di proteggere per quanto possibile la facoltà del discernimento che portiamo in noi stessi contro il tumulto delle speranze e dei timori personali. Se un uomo dovesse fare dei calcoli numerici molto complessi sapendo di venire frustato ogni qualvolta ottiene come risultato un numero pari, la sua situazione sarebbe difficilissima. Qualche cosa nella parte carnale dell’anima lo spingerà a dare un piccolo colpo di pollice ai calcoli per ottenere sempre un numero dispari. Volendo reagire correrà il rischio di trovare un numero pari anche là dove non ci vuole. Presa in questo moto oscillatorio, la sua attenzione non è più integra. Se i calcoli sono complessi, tanto da esigere da parte sua la pienezza dell’attenzione, è inevitabile che sbagli sovente. Non gli servirà a nulla essere molto intelligente, molto coraggioso, amantissimo della verità.


Che deve fare? È molto semplice. Se può scappare dalle mani di coloro che lo minacciano con la frusta, deve scappare. Se ha potuto evitare di cadere fra le loro mani, doveva evitarlo.


Avviene esattamente la stessa cosa per i partiti politici.


Quando vi sono in un paese dei partiti, ne deriva presto o tardi uno stato di fatto tale da rendere impossibile un efficace intervento nella vita pubblica senza entrare in un partito e fare la propria parte. Chiunque si interessi della cosa pubblica desidera interessarsene efficacemente. Pertanto coloro che tendono ad interessarsi del bene pubblico o rinunciano a pensarci e si volgono ad altro, oppure passano attraverso il laminatoio dei partiti. In questo caso sorgono in essi delle preoccupazioni, che escludono quelle per il bene pubblico.I partiti sono un formidabile meccanismo, in virtù del quale, in un’intera nazione, non vi è un solo spirito che presti tutta la sua attenzione allo sforzo di discernere nella vita pubblica il bene, la giustizia, la verità.


Ne deriva che – salvo un piccolissimo numero di coincidenze fortuite – non vengono decise ed eseguite che misure contrarie al bene pubblico, alla giustizia e alla verità.


Se si affidasse al diavolo l’organizzazione della vita pubblica, non potrebbe immaginare nulla di più ingegnoso.


Se la realtà è stato un po’ meno oscura, è perché i partiti non avevano ancora divorato tutto. Ma di fatto, è stata essa un po’ meno oscura? Non era essa così oscura come nel quadro qui rapidamente abbozzato? Gli avvenimenti non l’hanno forse dimostrato?Bisogna confessare che il meccanismo si oppressione spirituale e mentale e proprio dei partiti è stato introdotto nella storia dalla Chiesa cattolica nella sua lotta contro l’eresia.Un convertito che entra nella Chiesa – o un fedele che decide e risolve di restarci – ha visto nel dogma una parte di vero e di bene. Ma varcando la soglia egli professa nello stesso tempo di non essere colpito dagli anathema sit, vale a dire professa di accettare in blocco tutti gli articoli detti “di fede stretta”. Questi articoli non li ha studiati. Pur con un alto grado di intelligenza e di cultura una vita intera non basterebbe per questo studio, poiché implica lo studio delle circostanze storiche di ogni condanna.


Come si può aderire a delle affermazioni che non si conoscono? È sufficiente sottomettersi incondizionatamente all’autorità da cui esse promanano.


Per questo San Tommaso non volle corroborare le sue asserzioni se non con l’autorità della Chiesa, escludendo ogni altro argomento. Poiché, egli afferma, non ne occorrono altri per coloro che l’accettano; e nessun argomento potrebbe persuadere coloro che la rifiutano.


Così la luce interiore dell’evidenza, questa facoltà di discernimento accordata dall’alto all’animo umano come risposta al desiderio di verità, è messa da parte, condannata ai compiti servili, destinata a fare delle addizioni, esclusa da tutte le ricerche relative al destino spirituale dell’uomo. Il movente del pensiero non è più il desiderio incondizionato, non definito della verità, ma il desiderio della conformità con un insegnamento prestabilito.


Che la Chiesa fondata dal Cristo abbia in tal modo e in così larga misura soffocato lo spirito di verità – e se non l’ha fatto completamente, nonostante l’Inquisizione, si deve al fatto che la mistica offriva un rifugio sicuro – è una tragica ironia. Ciò è stato sovente rilevato. È stato però meno sovente osservata un’altra tragica ironia. Il movimento di rivolta contro il soffocamento dello spirito sotto il regime delle inquisizioni ha preso un orientamento tale da proseguire l’opera di soffocamento degli spiriti.


La riforma e l’umanesimo della rinascenza, duplice prodotto di questa rivolta, hanno largamente contribuito a suscitare, dopo tre secoli di maturazione, lo spirito del 1789. Dopo un certo tempo, il risultato è stato la nostra democrazia fondata sul gioco dei partiti, di cui ciascuno è una piccola chiesa profana armata della minaccia di scomunica. L’influenza dei partiti ha contaminato tutta la vita mentale della nostra epoca.Un uomo che aderisce ad un partito ha scorto probabilmente nell’azione e nella propaganda di questo partito cose che gli sono sembrate giuste e buone. Egli però non ha mai studiato la posizione del partito rispetto a tutti i problemi della vita pubblica. Entrando nel partito, accetta posizioni che ignora. Sottomette così il suo pensiero all’autorità del partito. Quando a poco a poco conoscerà quelle posizioni, le ammetterà senza esaminarle.È esattamente la situazione di colui che aderisce all’ortodossia cattolica intesa secondo San Tommaso.


Se un uomo dicesse, chiedendo la tessera di iscrizione: “Sono d’accordo con il partito su questo e quel punto. Non ho ancora studiato le altre posizioni e sospendo interamente il mio giudizio fino a che non le avrò studiate”, lo si pregherebbe certamente di ripassare più tardi.Di fatto però, salvo eccezioni molto rare, colui che entra in un partito assume docilmente l’atteggiamento spirituale che esprimerà più tardi con le parole: “Come monarchico, come socialista, penso che …”. È così comodo! Poiché significa non pensare. Non vi è nulla di più comodo che non pensare.Per quanto riguarda la terza caratteristica dei partiti, cioè che sono delle macchine per fabbricare passione collettiva, è tanto evidente che è il caso di insistere. La passione collettiva è l’unica energia di cui dispongono i partiti per la propaganda esterna e per la pressione esercitata sull’anima di ogni iscritto.


Si ammette che lo spirito di parte accieca, rende sordi alla giustizia, spinge persino delle persone oneste all’accanimento più crudele contro gli innocenti. Lo si ammette, ma non si pensa a sopprimere gli organismi che fabbricano un tale spirito.


Ciò nonostante si proibiscono gli stupefacenti.


Vi sono tuttavia delle persone che fanno uso di stupefacenti. Ma ve ne sarebbero certamente di più se lo Stato organizzasse la vendita dell’oppio e della cocaina in tutte le tabaccherie, con manifesti pubblicitari per incoraggiare i consumatori.


La conclusione è che l’istituzione dei partiti sembra costituire un male quasi allo stato puro. Sono cattivi nel loro principio e cattivi sono i loro effetti pratici.


La soppressione dei partiti rappresenterebbe un bene quasi assoluto. Essa è evidentemente legittima in linea di principio e praticamente non potrebbe produrre che effetti positivi.


I candidati direbbero agli elettori non: “Ho questa etichetta” – ciò che praticamente non dice rigorosamente nulla al pubblico sul loro atteggiamento concreto rispetto ai problemi concreti – bensì: “Io penso questo o quello rispetto a questo o a quel grande problema”.Gli eletti si assocerebbero o si dissocerebbero secondo il gioco naturale e mobile delle affinità. Io posso benissimo essere d’accordo con il Signor A … sulla colonizzazione e in disaccordo sulla proprietà contadina; e viceversa con il Signor B … Se si tratta di colonizzazione prima della seduta andrò a parlare un poco con il Signor A; se invece si tratta di proprietà contadina, con il Signor B.La cristallizzazione artificiale in partiti ha coinciso così poco con le affinità reali che un deputato poteva essere in disaccordo, rispetto a tutti gli atteggiamenti concreti, con un suo compagno di partito e d’accordo invece con un uomo di un altro partito.


Quante volte in Germania, nel 1932, un comunista e un nazista discutendo per strada sono stati colpiti da vertigine mentale constatando che erano d’accordo su tutti i punti!


Fuori del Parlamento, poiché vi sarebbero delle riviste di idee, molto logicamente si formerebbero intorno ad esse degli ambienti. Questi ambienti dovrebbero però mantenersi allo stato fluido. È la fluidità che distingue dal partito un ambiente di affinità e gli impedisce di avere un’influenza negativa. Quando si frequenta amichevolmente colui che dirige tale rivista, coloro che vi scrivono sovente, quando vi si scrive personalmente, si sa di essere in contatto con l’ambiente di quella rivista. Non si sa però se si è legati ad essa; non vi è distinzione netta fra il dentro e il fuori. Più lontano vi sono coloro che leggono la rivista e conoscono uno o due di quelli che vi scrivono. Più lontano, i lettori regolari che vi traggono un’ispirazione. Ancora più lontano, i lettori occasionali. Ma nessuno si sognerebbe di pensare o di dire: “In quanto legato a questa rivista, io penso che …”.


Allorché alcuni collaboratori di una rivista si presentano alle elezioni, dovrebbe loro esser proibito di valersi della rivista. Dovrebbe venire proibito alla rivista di dare loro un’investitura, oppure di aiutare direttamente o indirettamente la loro candidatura o anche solo di ricordarli.


Dovrebbe venire impedito il formarsi di qualsiasi gruppo di “amici” di questa rivista.


Se una rivista impedisse ai suoi collaboratori sotto pena di rottura, di collaborare ad altre pubblicazioni quali che siano, dovrebbe venire soppressa non appena il fatto fosse provato.


Ciò implica un regime della stampa che rende impossibile le pubblicazioni alle quali è sconveniente collaborare.


Ogni qualvolta un ambiente tentasse di cristallizzarsi, conferendo un carattere definito alla qualità di membro, avrebbe luogo una repressione penale qualora il fatto venisse dimostrato. Vi sarebbero, beninteso, dei partiti clandestini. Ma i loro iscritti avrebbero la coscienza cattiva. Non potrebbero più fare professione pubblica di servilismo spirituale, non potrebbero fare nessuna propaganda in nome del partito. Il partito non potrebbe più tenerli in una rete senza uscita di interessi, di sentimenti e di costrizioni morali.


Ogni qualvolta una legge è imparziale, equa e fondata su una concezione del bene pubblico facilmente assimilabile dal popolo, essa indebolisce tutto ciò che proibisce. Indebolisce per il fatto solo che esiste e indipendentemente dalle misure repressive che cercano di assicurarne l’applicazione.


Questa maestà intrinseca della legge è un fattore della vita pubblica da tempo dimenticato, di cui bisogna valersi.


Sembra che nell’esistenza di partiti clandestini non vi sia alcun inconveniente che non si trovi di fatto in un grado ben più elevato nei partiti legali.


In generale, sia pure dopo un attento esame, pare che a nessuno sguardo sia dato di scorgere nessun inconveniente di nessuna specie, derivante dalla soppressione dei partiti.


Per un singolare paradosso le misure di questo genere, che sono senza inconvenienti, sono di fatto quelle che hanno le minori probabilità di venire decise. Si dice: se fosse così semplice, perché ciò non sarebbe stato fatto da tempo?


Tuttavia le grandi cose sono per lo più facili e semplici. La misura di cui discorriamo estenderebbe la sua virtù risanatrice molto al di là della vita pubblica, poiché lo spirito di partito è giunto a contaminare ogni cosa.


Le istituzioni che determinano il gioco della vita pubblica influenzano sempre in un Paese la totalità del pensiero, per via del prestigio del potere.


Si è giunti, in tutti i campi, a non pensare quasi più se non prendendo posizioni “per” oppure “contro” una opinione. In seguito si cercano argomenti a seconda dei casi a favore oppure contro. È esattamente la trasposizione dell’adesione a un partito.


Come nei partiti politici vi sono dei democratici che ammettono parecchi partiti, così nel dominio delle opinioni le persone di larghe vedute riconoscono un valore alle opinioni con cui si dicono non d’accordo.


Ciò significa avere completamente smarrito persino il senso del vero e del falso.


Altri, avendo preso posizioni a favore di un’opinione, non vogliono esaminare niente che sia a quella contraria. È la trasposizione dello spirito totalitario.


Quando Einstein venne in Francia, tutte le persone degli ambienti più o meno intellettuali, ivi compresi gli stessi scienziati, si divisero in due campi, a favore e contro. Ogni pensiero scientifico nuovo recluta negli ambienti scientifici i suoi partigiani e i suoi avversari, tutti animati in buona misura dallo spirito di partito. Vi sono d’altronde in questi ambienti delle tendenze, delle critiche allo stato più o meno cristallizzato.Nell’arte e nella letteratura è ancora più visibile. Cubismo e surrealismo sono stati una sorta di partito. Si era “gidiani” come si era “maurassiani”. Per farsi un nome, giova essere circondato da una banda di ammiratori animati da spirito di partito.E neppure vi era grande differenza tra l’attaccamento a un partito e l’attaccamento a una Chiesa oppure all’atteggiamento antireligioso. Si era per o contro la credenza in Dio, per o contro il Cristianesimo, e così via. Si è giunti, in fatto di religione, a parlare di militanti.


Persino nelle scuole non si sa più stimolare in altro modo il pensiero dei ragazzi se non invitandoli a prendere posizione per o contro. Si cita la frase di un autore celebre e si dice loro: “Siete d’accordo o no? Spiegati i vostri argomenti”. All’esame gli infelici, dovendo finire il loro componimento in tre ore, non possono lasciare passare più di cinque minuti per domandarsi se sono d’accordo. E sarebbe invece così facile dire loro: “Meditate questa frase ed esprimete le riflessioni che vi vengono alla mente”.


Quasi ovunque – e spesso anche a proposito di problemi puramente tecnici – l’operazione del prendere partito, del prendere posizione a favore o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero.


Si tratta di una lebbra che ha avuto origine negli ambienti politici e si è allargata a tutto il Paese fino ad intaccare la quasi totalità del pensiero.


Dubitiamo che sia possibile rimediare a questa lebbra, che ci uccide, senza cominciare con la soppressione dei partiti politici.


Simone Weil (1909-1943)

venerdì 10 giugno 2011

BRAVA MARIKA!



L'amministrazione comunale esprime un parere contrario al progetto di impianto di gassificazione sul territorio di Bedizzole.



Verbale di Deliberazione della Giunta Comunale

N. 76 del 07/06/2011
OGGETTO:
ESPRESSIONE PARERE CONTRARIO ALLA RICHIESTA DI
AUTORIZZAZIONE ALL'INSTALLAZIONE DI UN IMPIANTO DI
RECUPERO PROVENIENTE DALLA GASSIFICAZIONE DELLA
DEIEZIONE AVICOLA (POLLINA) NEL COMUNE DI BEDIZZOLE

L'anno duemilaundici, addì sette del mese di giugno, alle ore 17:30, presso la Sede Comunale, in seguito a convocazione disposta con invito scritto e relativo ordine del giorno, comunicato ai singoli assessori, si è riunita la Giunta Comunale.


Assiste Il Segretario Generale sig. dott. Alessandro Tomaselli il quale provvede alla
redazione del presente verbale.

Constatato il numero legale degli intervenuti, assume la presidenza il sig. Marika Legati nella sua qualità di Sindaco, ed espone gli oggetti inscritti all’ordine del giorno e su questi la Giunta Comunale adotta la seguente deliberazione:

GC 76 del 07/06/2011


OGGETTO: ESPRESSIONE PARERE CONTRARIO ALLA RICHIESTA DI
AUTORIZZAZIONE ALL'INSTALLAZIONE DI UN IMPIANTO DI
RECUPERO PROVENIENTE DALLA GASSIFICAZIONE DELLA
DEIEZIONE AVICOLA (POLLINA) NEL COMUNE DI BEDIZZOLE

LA GIUNTA COMUNALE

Udita la relazione del Sindaco il quale riferisce che è pervenuta una richiesta da parte della ditta 3 A S.S. Società Agricola, con sede in Padenghe s/Garda (Bs) in via Tito Speri n. 23, di autorizzazione all’installazione di un impianto di recupero energetico proveniente dalla gassificazione della deieizione avicola (pollina), da realizzarsi nel Comune di Bedizzole;

Valutato che il progetto in narrativa è collocato nel confinante comune di Bedizzole, in un’area agricola di pregio e salvaguardia, votata alle attività agricole tradizionali, enogastronomiche e agrituristiche, inserite in un contesto di rete ambientale ed alta vocazione paesaggistica e turistica, nonché con una struttura sportiva e per il tempo libero;

Valutato inoltre che l’impianto a regime può accogliere circa 18.000 tonnellate di pollina all’anno e solo il 30% circa proviene dagli impianti di Bedizzole, con eventuale conseguente ripercussione sulla viabilità dei Comuni limitrofi e pertanto anche sul territorio di Calcinato;

Valutato altresì che l’impianto avrebbe un forte impatto negativo sullo stato dell’aria, del suolo, del sottosuolo e delle acque, con possibili gravi rischi per la salute pubblica dovuti al trattamento, movimentazione, stoccaggio e ai residui di combustione delle deiezioni degli animali (pollina), nonché un grave pregiudizio per le attività commerciali ed economiche ivi insediate anche dei comuni limitrofi;

Visto che ai sensi dell'art. 49 del D. Lgs. n. 267 del 18 agosto 2000, in merito alla presente deliberazione è stato acquisito il parere favorevole in ordine alla regolarità tecnica;

Ad unanimità di voti

DELIBERA

1. di esprimere, per le motivazioni meglio descritte nelle premesse, parere contrario in merito alla richiesta da parte della ditta 3 A S.S. Società Agricola, con sede in Padenghe s/Garda (Bs) in via Tito Speri n. 23, di autorizzazione all’installazione di un impianto di
recupero energetico proveniente dalla gassificazione della deieizione avicola (pollina) nel Comune di Bedizzole;
2. di prendere atto del parere favorevole in ordine alla regolarità tecnica riportato nell'allegata scheda ai sensi dell'art. 49 del D. Lgs. n. 267 del 18 agosto 2000;
3. di trasmettere la presente deliberazione al Comune di Bedizzole;
GC 76 del 07/06/2011

4. di dichiarare, con separata votazione unanime, la presente deliberazione immediatamente eseguibile, ai sensi dell’art. 134, comma 4°, del D.Lgs.vo 18 agosto 2000, n. 267.

GC 76 del 07/06/2011


PROVINCIA DI BRESCIA
Codice Ente: 10282


ALLEGATO ALLA DELIBERAZIONE DI GIUNTA COMUNALE N. 76 DEL 07/06/2011

Oggetto :
ESPRESSIONE PARERE CONTRARIO ALLA RICHIESTA DI
AUTORIZZAZIONE ALL'INSTALLAZIONE DI UN IMPIANTO DI
RECUPERO PROVENIENTE DALLA GASSIFICAZIONE DELLA
DEIEZIONE AVICOLA (POLLINA) NEL COMUNE DI BEDIZZOLE

PARERE DEL RESPONSABILE DEL SERVIZIO
in ordine alla regolarità tecnica

Il sottoscritto Responsabile del Servizio, con riferimento alla delibera in oggetto indicata, ai sensi e per gli effetti di quanto stabilito dall'art. 49, comma 1, del T.U. approvato con D.Lgs. 18 Agosto 2000 n. 267, in relazione alle proprie competenze, esprime parere FAVOREVOLE in ordine alla regolarità tecnica.

Calcinato, lì _______________ Il Responsabile
Area Sviluppo, Governo e Servizi al Territorio
geom. Federica Lombardo

GC 76 del 07/06/2011


Letto, confermato e sottoscritto

Il SindacoIl Segretario Generale
Marika Legati dott. Alessandro Tomaselli

CERTIFICATO DI PUBBLICAZIONE


Il sottoscritto Segretario Generale/Responsabile del Procedimento ufficio segreteria

CERTIFICA CHE:

-
copia della presente deliberazione è stata affissa all’Albo Pretorio on-line nel sito web istituzionale del Comune, accessibile al pubblico (art. 32, comma 1, della legge 18/06/2009, n. 69), in data odierna e vi rimarrà per 15 giorni consecutivi.

- la presente deliberazione è stata comunicata ai Capigruppo, ai sensi dell’art. 125 del T.U. n. 267/2000, con elenco n. ________ prot. n° __________

Calcinato, lì 08/06/2011
Il Segretario Generale
dott. Alessandro Tomaselli

CERTIFICATO DI ESECUTIVITA'


Il sottoscritto Segretario Comunale, visti gli atti d’ufficio,

ATTESTA CHE

la presente deliberazione è divenuta esecutiva in data _______________________ per decorso del termine di 10 giorni decorrenti dal giorno successivo al completamento del periodo di pubblicazione all’Albo Pretorio on-line, nel sito web istituzionale di questo Comune, senza aver riportato opposizioni.

Calcinato, lì _______________
Il Segretario Generale
dott. Alessandro Tomaselli

GC 76 del 07/06/2011

giovedì 9 giugno 2011

GRAZIE, ELISA BIAGINI




L'altrieri abbiamo avuto l'onore dell'amicizia in facebook della poetessa Elisa Biagini. Ancora vivo nella memoria è l'incontro con lei al Galetér di Montichiari qualche anno fa, per la presentazione della sua ultima raccolta di versi, “Nel Bosco” (Einaudi), un libro che miscela la cura del corpo, l’amore per le fiabe dell’infanzia e il tributo alla figura di Paul Celan, sempre presente alla memoria dell’autrice.

Suddiviso in tre sezioni – “Cappuccio Rosso”, “La sorpresa nell’uovo” e “Gretel o del perdersi” – il volume fu dalla scrittrice letto, commentato e proposto nell’ultima sua parte attraverso un originale video girato nel verde del Mugello.

39 anni, elemento di punta della nuova lirica italiana, la Biagini dopo aver studiato e insegnato negli Stati Uniti, è tornata da tempo a Firenze dove insegna e scrive.

“Credo che scrivere sia imparare a leggere il mondo, a sentire la vita nascosta delle cose" ci aveva detto. "Il poeta deve avere occhi aperti sul reale e voglia di reinventarsi ogni volta che si confronta con l’esterno: deve inventare una nuova lingua per tradurre le sue scoperte quotidiane agli altri.
Il poeta deve sentire la responsabilità di ogni verso che scrive, anche quando questo è, in apparenza, privato: ogni gesto infatti è politico (nella sua accezione più ampia). Credo che non ci si debba abbandonare alla scrittura di versi consolatori, ma impegnarsi in una poesia che aiuti il lettore a crescere, grazie ad una costante messa in discussione. Una poesia che ponga domande dunque, ma che non cerchi di dare risposte”.

Questo è ciò che pensa della sua scrittura la poetessa, una donna delicata ma determinata, nutrita da una solida tradizione “al femminile” che va da Sylvia Plath ad Anne Sexton. Una donna che prosegue a colpi d’ascia il proprio implacabile lavoro di scarnificazione del verso, di riduzione estrema delle parole necessarie a raccontarsi e raccontare come andarsene a zonzo per il bosco (“un bosco soprattutto interiore: non dimentico di essere fiorentina, come l’Alighieri!”) sia anche e soprattutto espressione del desiderio di perdersi in esso, così come il lettore ama perdersi nei giri, nei volti e nelle immagini che incontra.

mercoledì 8 giugno 2011

OSSERVAZIONI IN MERITO ALLA DIVISIONE DELL'opposizione IN CONSIGLIO COMUNALE A CALCINATO



(il minuscolo, nel titolo, non è a caso; è per dare la giusta misura alle cose)

Che dire: in primis mi pare uno spreco. Anche a distanza dall’evento e dai suoi parossismi, è stata una scelta che non ci ha portato né avanti né indietro, o forse, come opposizione, più indietro che avanti. Ne valeva la pena? Mah: interpretare la manifestazione di una perplessità tardiva, rispetto ad un voto di scarsa significatività, passato anche inosservato da parte della maggioranza, come una questione ideologica violata, mi pare più un’elevazione di stizza a principio, che un sano e chiaro esercizio politico. Peraltro io, che non ho né arte, né parte politica (rispettivamente con umiltà e con orgoglio) ammetto di aver potuto provocare una stizza. La stizza però, tra uomini liberi intorno ad un programma, come mi hanno “martellatamente” inculcato i miei compagni di strada (io, grullo, pensavo che Calcinato Migliore fosse una coalizione… ma poi … mi hanno convinto!), la stizza dicevo si affronta con un bisticcio, una sfuriata, un alterco a piè di consiglio comunale, tra uomini liberi, non con un’ennesima revisione di minoranza, espressione di una decisione VOTATA all’interno di uno dei partiti della coalizione (ops! Pardon!) della LISTA CIVICA. Che voto? Si è votata la conclusione dell’esperienza denominata Calcinato Migliore! All’interno di un partito! Mi pare che questa si chiamasse disonestà intellettuale un tempo, però non insisto, Lor signori ne sanno più di me, che ripeto, non ho né arte né parte. Tanto rumore per nulla: una montagna che ha partorito un topolino, anzi due, due topogruppi. E delude, me perlomeno, che nessuno sia stato in grado di esprimere il semplice dubbio di un’esagerazione, un’esasperazione, una forzatura (o, spero, pochi inascoltati). Se io vengo definito “certa sinistra” dai miei detrattori rispondo che “non sum dignus”; potrebbe essere offensivo nei confronti di chi si sente veramente di sinistra; da parte mia posso solo mettere in campo alcuni vaghi pensieri su socialità, solidarietà, servizio, comunità, sensibilità ambientale, più legati alla mia educazione familiare, sociale e religiosa che ad una pratica partitica. Ma se questo spreco abnorme è il frutto della pratica partitica, allora preferisco rimanere “un cane perduto senza collare” e buonanotte ai suonatori e a chi si sente portatore della verità (in forza di un gruppo di appartenenza e non di una relazione e di uno scambio interpersonali).

William Spassini

martedì 7 giugno 2011

SABBIE IMMOBILI SOTTO IL TAPPETO




Da due anni governa Calcinato la nuova giunta di destra guidata dal sindaco Marika Legati. Una destra dalla quale durante la campagna elettorale aveva preso le distanze finanche Angiolino Goglioni. Una destra che ha preventivamente spartito i posti di comando con un rigore che farebbe impallidire persino Cencelli. Una destra che ha imposto dall’alto uno a uno i presidenti delle commissioni, che dal 1945 venivano invece eletti dai membri che ne facevano parte.

E poi il via una serie di piccinerie che approfondiamo all’interno. I più benevoli attribuiscono ad una fantomatica e alquanto prolissa “fase di rodaggio” il preoccupante immobilismo dei nostri amministratori, un immobilismo fatto di mesi e mesi di ritardo nella presentazione degli indirizzi di governo, di lungaggini procedurali nell’iter di allestimento del Piano di governo del territorio, di completa assenza di tattica e di strategia nei confronti di una crisi economica che stringe nella sua morsa anche la nostra comunità.

Eppure i problemi non mancano. In men che non si dica si son rifatti sotto con le loro pressanti richieste cavatori e gestori di discariche, le restrizioni poste ai Comuni dal governo Berlusconi in tema di bilancio costringono ad aguzzare un ingegno che segnaliamo in via d’estinzione, la qualità dell’aria che tira in alcune zone è sempre più irrespirabile, l’emergenza abitativa e il costo degli affitti sono giunti a livelli di guardia, il centro integrato annesso alla casa di riposo è ultimato da tempo ma giace inutilizzato, nelle ore notturne dei weekend interi quartieri sono abbandonati in preda al disordine pubblico, depositi abusivi di rifiuti sono disseminati qua è la nelle nostre campagne, dai cassonetti debordano in ogni posa materiali indifferenziatamente conferiti. Su queste e altre problematiche non ci sembra che stiano giungendo riposte dal palazzo del municipio.

Né l’opposizione consiliare naviga in acque migliori, se non a parole. Il Partito Democratico, terminata la traversata del deserto nella telenovela nuvolosa della fondazione del nuovo soggetto politico, a marzo ha votato in un suo direttivo la presa di distanza da Linea Indipendente, con il risultato di scindere in due gruppi consiliari le minoranze.

Linea Indipendente, già. Il nostro gruppo fatica a tenere botta nella propria opposizione integrale al dominante sistema di valori e di interessi (per una volta sinonimi); non possiamo in alcun modo consolarci del fatto di aver due consiglieri comunali come William Spassini e Flavio Vida.

Calcinato è malata e brutta, da tempo. Ma per guarirla serve molto più di un dottore e un architetto, pur autorevoli, generosi e trascinanti. Serve riprendere un lavoro politico quotidiano che contrasti alla destra palmo per palmo il controllo del territorio e le tolga la pretesa di comandare sulla nostra comunità. Serve riannodare i fili di un tessuto sociale fatto di autorganizzazione, aggregazioni di quartiere, comitati ecologici, gruppi d’acquisto solidale, sindacati di classe, cooperative di mutuo aiuto, collettivi libertari, tutte realtà che a Calcinato non mancano. Anche qui da noi - giova ricordarlo – la libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente. Mai come in queste ore essa ha bisogno di nuovi auguri.


E poi il via una serie di piccinerie che approfondiamo all’interno.