Ieri ci ha lasciato don Antonio Mazzi, che nelle molteplici attività di promozione umana ha legato il suo impegno educativo alla nonviolenza, considerandola non una debolezza ma un'energia vitale utile per migliorare i nostri rapporti umani.
Spirito ribelle e anticonformista, don Mazzi è stato protagonista dalle nostre parti di una storia che pochissimi conoscono. A raccontarla sono stati nel 2019, nel secondo volume dell’opera “Poi scese la notte”, gli storici Morando Perini, Damiano Scalvini e Carlo Susara (edizioni PresentArtSì).
Per gentil concessione degli autori - che ringraziamo - pubblichiamo alcune pagine del testo.
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Don Antonio Mazzi è nato a Verona nel 1929 nel quartiere di S.Massimo. Rimasto orfano di padre in giovane età, allo scoppio della guerra la madre decise di allontanarlo dalla città di Verona sia per i pericoli della guerra, sia perché non voleva che la retorica fascista con le sue forme di indottrinamento ai ragazzi facesse presa sul figlio. A Verona c’era Don Calabria il quale aveva da pochi anni aperto un collegio scolastico per ragazzi a Maguzzano, nell’antico convento Benedettino dopo che i frati trappisti se ne erano andati. La madre di Antonio scelse di mandarlo li, non sapendo che lo stava comunque mandando in un luogo che, apparentemente isolato, fu comunque al centro di alcune vicende belliche.
Sono arrivato a Lonato nel 1941 come studente delle scuole medie. La disciplina che i frati ci imponevano era ferrea e frequenti erano anche le punizioni: io ero spesso allontanato dall’aula per il mio carattere indisciplinato. Nonostante nei primi tempi la guerra sembrava cosa lontana, ci si accorgeva delle ristrettezze per via del cibo: era poco e monotono. Il cuoco Fratel Savietto preparava spesso, alla sera, polenta e marmellata ma era marmellata ammuffita e io dicevo ai miei compagni di classe che era meglio spegnere la luce per non vedere sul serio quello che si mangiava. Me lo ricorderò sempre!
Eravamo circa 30 studenti e dal convento si usciva davvero poche volte. Ogni tanto mia mamma veniva a trovarmi in bicicletta da Verona e non mancava mai di portarmi qualcosa da mangiare, altre volte ero io ad andare a casa. La nostra fortuna è che i miei zii, i fratelli di mio padre, erano contadini ed erano loro a darci una mano. Ricordo benissimo quando fu proclamato l’armistizio l’8 settembre 1943 perché quella volta, per alcuni giorni, mangiammo tanto e bene: credo che il nostro frate che faceva il cuoco dette fondo alle riserve che teneva da parte. Si sentivano le campane suonare, ma tutto durò poco perché i tedeschi avevano occupato l’Italia e la guerra continuava, forse peggio di prima. Noi a Maguzzano continuammo a restare isolati e tutto sommato al sicuro fino all’estate del 1944 quando i bombardieri cominciarono a sentirsi e vedersi. Un bel giorno arrivarono anche i tedeschi e capimmo subito di che pasta era fatto il parroco di Maguzzano: Don Pietro Giacomini. Era evidente che non gradisse la presenza di soldati nel convento ma credo che non potesse opporsi. Con lui ricordo anche fratel Cornali e fratel Federico Gnesotto. Il grande convento fu così rigidamente diviso: nel primo cortile con l’ingresso carrabile dalla strada, quella che era la parte agricola del complesso, si sistemarono i tedeschi con la loro officina di riparazione; la scuola, gli studenti e… altri ospiti si sistemarono nelle stanze attorno al chiostro. Le porte che mettevano in comunicazione le due parti vennero chiuse e, credo, addirittura sprangate. Non c’era modo di passare da una parte all’altra. Don Pietro temeva che la ricognizione aerea potesse scoprire la presenza dei tedeschi e mandare a bombardare il convento con tutti noi dentro; per questo decise anche che i nostri alloggi e le classi sarebbero state nell’ala del convento verso il lago, cioè la più lontana da dove stavano i tedeschi. Diciamo che erano tedeschi, ma in realtà di tedeschi se ne vedevamo davvero pochi: per lo più erano operai italiani che lavoravano per i tedeschi. Inoltre tutti i lavori erano fatti tenendo sempre i mezzi da riparare nascosti sotto ai portici e non c’erano bandiere o segni che indicassero che quello era un presidio militare. Certo si potevano vedere dei mezzi che ogni tanto entravano e uscivano… ma tutto qui. Solo una attenta osservazione avrebbe fatto capire quello che succedeva li dentro. La mia impressione è addirittura che tutto fosse mimetizzato e forse non c’erano nemmeno sentinelle fuori dalle porte. Nonostante questa calma e la mia curiosità soprattutto per i mezzi blindati, posso dire che il mio sentimento rispetto ai tedeschi era di spavento e paura.
Ma chi osservava attentamente quanto accadeva c’era.
Dentro al convento, con l’appoggio di Don Pietro, si era sistemato un partigiano: Franco Ferlenga. Ufficialmente si trattava di un pittore che doveva dipingere una serie di pareti e di quadri con raffigurazioni religiose, tra cui Don Bosco, volute da Don Calabria ed in effetti Ferlenga era e sarà per tutta la sua vita un apprezzato artista, ma in realtà si trattava di un ex ufficiale del regio esercito che aveva fatto la guerra e che aveva trovato riparo nel convento dopo l’8 settembre 1943. Con se aveva anche una radio trasmittente, non so recuperata dove e come e che io non vidi mai, ma poi ho saputo che la teneva nelle cantine del convento. Io con Ferlenga parlavo spesso perché tutte le volte che venivo allontanato dalla classe per indisciplina andavo da lui e gli facevo da modello per i suoi dipinti: mi metteva mantelli e mi faceva posare per le varie figure di personaggi che stava dipingendo e così passavamo del tempo insieme e lui riusciva a darmi anche qualche cosa da mangiare… Avevo sempre fame. Ricordo che mi parlava delle sue vicende di guerra ma non mi disse mai della sua attività di partigiano; avevo solo capito che i tedeschi non gli piacevano e che li teneva controllati: ogni tanto spariva e non sapevo dove fosse andato ne me lo spiegava. Certo fu grazie a lui che Maguzzano non venne mai bombardato. Fu invece bombardato il viadotto ferroviario di Desenzano, quello me lo ricordo bene e tutti noi si aveva paura che succedesse una cosa simile anche a noi e all’officina dei tedeschi. La notte volava sopra di noi il “pippo” e ogni tanto si sentivano in lontananza gli scoppi delle bombe che lasciava cadere. Per questo motivo si andava a dormire mezzi vestiti e tante volte anche noi ragazzi abbandonavamo il convento per paura di essere bombardati e con i frati ci si andava a mettere in un improvvisato “rifugio” che era stato costruito vicino al cimitero di Maguzzano scavando in un terrapieno e chiudendolo con una tenda. In pratica eravamo all’aperto ma era sempre meglio che non essere vicini ai tedeschi. Nel rifugio qualche volta si restava per poco tempo, altre volete passammo tutta la notte ed il freddo, in quell’inverno tra il 1944 ed il 1945 si faceva sentire.
Oltre ai tedeschi, ai frati, a noi studenti, agli operai italiani ed a Ferlenga, nel convento c’erano anche altri ospiti di cui io, sempre molto attento, sentivo che se ne parlava. Erano dei civili nascosti nell’ala dove stava anche Ferlenga e mi resi conto della loro presenza perché io, appunto, da Ferlenga andavo. Furono li solo per poco tempo, ma erano una donna ebrea ed un medico.
Nell’estate del 1944 io avevo ormai completato i miei tre anni di scuola media ma mia mamma decise che non era il caso di farmi rientrare a Verona per il pericolo delle bombe. Adesso, però, la guerra era ormai anche a Maguzzano tra bombardamenti e tedeschi. Per questo motivo all’inizio del 1945 lasciai il convento e andai a Castel Cerino, una località sopra a Soave che sembrava essere davvero lontana dalla guerra, anche se da li si vedevano i bagliori dei bombardamenti su Verona. Non ricordo se ci spostammo tutti noi studenti o solo qualcuno, comunque era vero: li la guerra era una cosa lontana e me ne accorsi subito da quello che si mangiava: la carne di gallina alla domenica non mancava mai.
Lasciai Maguzzano con un autobus, con tanta paura dei bombardamenti e dunque non ho potuto assistere alle fasi finali della guerra, ma so che Ferlenga, con cui poi rimasi sempre in contatto, si adoperò insieme a Don Pietro perché tutto avvenisse senza pericoli e lutti. Ferlenga tornò a lavorare a Maguzzano ed a dipingere anche dopo la guerra.
Don Antonio Mazzi non dimenticherà mai quel periodo di guerra e pace trascorso a Maguzzano negli anni ’40 e quando, divenuto parroco a Milano, deciderà di impegnarsi per sottrarre alla piaga della droga i tossicomani del parco Lambro, la sua memoria tornerà a Maguzzano. Nel marzo 1985 con 13 ragazzi stipati su dei camper partirà da Milano per le colline di Maguzzano dove, tra la pace e la bellezza dei luoghi trascorrerà 6 mesi recuperandoli alla vita. La Comunità Exodus era nata.

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