martedì 15 marzo 2011

L'OBBEDIENZA NON E' PIU' UNA VIRTU'.




Lettera ai cappellani Militari Toscani che hanno sottoscritto il comunicato dell'11 febbraio 1965

Da tempo avrei voluto invitare uno di voi a parlare ai miei ragazzi della vostra vita. Una vita che i ragazzi e io non capiamo.

Avremmo però voluto fare uno sforzo per capire e soprattutto domandarvi come avete affrontato alcuni problemi pratici della vita militare. Non ho fatto in tempo a organizzare questo incontro tra voi e la mia scuola.

Io l'avrei voluto privato, ma ora che avete rotto il silenzio voi, e su un giornale, non posso fare a meno di farvi quelle stesse domande pubblicamente.

PRIMO perché avete insultato dei cittadini che noi e molti altri ammiriamo. E nessuno, ch'io sappia, vi aveva chiamati in causa. A meno di pensare che il solo esempio di quella loro eroica coerenza cristiana bruci dentro di voi una qualche vostra incertezza interiore.

SECONDO perché avete usato, con estrema leggerezza e senza chiarirne la portata, vocaboli che sono più grandi di voi.

Nel rispondermi badate che l'opinione pubblica è oggi più matura che in altri tempi e non si contenterà né d'un vostro silenzio, né d'una risposta generica che sfugga alle singole domande. Paroloni sentimentali o volgari insulti agli obiettori o a me non sono argomenti. Se avete argomenti sarò ben lieto di darvene atto e di ricredermi se nella fretta di scrivere mi fossero sfuggite cose non giuste.

Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni.

Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.

Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo o della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro idee pagano di persona.

Certo ammetterete che la parola Patria è stata usata male molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti di lei.

Non voglio in questa lettera riferirmi al Vangelo. È troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa.

Mi riferirò piuttosto alla Costituzione.

Articolo 11 "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli...".

Articolo 52 "La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino".

Misuriamo con questo metro le guerre cui è stato chiamato il popolo italiano in un secolo di storia.

Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano obbedire o obiettare quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l'onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile? Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L'obbedienza a ogni costo? E se l'ordine era il bombardamento dei civili, un'azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l'esecuzione sommaria dei partigiani, l'uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l'esecuzione d'ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidente aggressione, l'ordine d'un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari?

Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra. Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete taciuto. O volete farci credere che avete volta volta detto la verità in faccia ai vostri "superiori" sfidando la prigione o la morte? se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla. Del resto ce ne avete dato la prova mostrando nel vostro comunicato di non avere la più elementare nozione del concetto di obiezione di coscienza.

Non potete non pronunciarvi sulla storia di ieri se volete essere, come dovete essere, le guide morali dei nostri soldati. Oltre a tutto la Patria, cioè noi, vi paghiamo o vi abbiamo pagato anche per questo. E se manteniamo a caro prezzo (1000 miliardi l'anno) l'esercito, è solo perché difenda colla Patria gli alti valori che questo concetto contiene: la sovranità popolare, la libertà, la giustizia. E allora (esperienza della storia alla mano) urgeva più che educaste i nostri soldati all'obiezione che all'obbedienza.

L'obiezione in questi 100 anni di storia l'han conosciuta troppo poco. L'obbedienza, per disgrazia loro e del mondo, l'han conosciuta anche troppo.

Scorriamo insieme la storia. Volta volta ci direte da che parte era la Patria, da che parte bisognava sparare, quando occorreva obbedire e quando occorreva obiettare.

1860. Un esercito di napoletani, imbottiti dell'idea di Patria, tentò di buttare a mare un pugno di briganti che assaliva la sua Patria. Fra quei briganti c'erano diversi ufficiali napoletani disertori della loro Patria. Per l'appunto furono i briganti a vincere. Ora ognuno di loro ha in qualche piazza d'Italia un monumento come eroe della Patria.

A 100 anni di distanza la storia si ripete: l'Europa è alle porte.

La Costituzione è pronta a riceverla: "L'Italia consente alle limitazioni di sovranità necessarie...". I nostri figli rideranno del vostro concetto di Patria, così come tutti ridiamo della Patria Borbonica. I nostri nipoti rideranno dell'Europa. Le divise dei soldati e dei cappellani militari le vedranno solo nei musei.

La guerra seguente 1866 fu un'altra aggressione. Anzi c'era stato un accordo con il popolo più attaccabrighe e guerrafondaio del mondo per aggredire l'Austria insieme.

Furono aggressioni certo le guerre (1867-1870) contro i Romani i quali non amavano molto la loro secolare Patria, tant'è vero che non la difesero. Ma non amavano molto neanche la loro nuova Patria che li stava aggredendo, tant'è vero che non insorsero per facilitarle la vittoria. Il Gregorovius spiega nel suo diario: "L'insurrezione annunciata per oggi, è stata rinviata a causa della pioggia".

Nel 1898 il Re "Buono" onorò della Gran Croce Militare il generale Bava Beccaris per i suoi meriti in una guerra che è bene ricordare. L'avversario era una folla di mendicanti che aspettavano la minestra davanti a un convento a Milano. Il Generale li prese a colpi di cannone e di mortaio solo perché i ricchi (allora come oggi) esigevano il privilegio di non pagare tasse. Volevano sostituire la tassa sulla polenta con qualcosa di peggio per i poveri e di meglio per loro. Ebbero quel che volevano. I morti furono 80, i feriti innumerevoli. Fra i soldati non ci fu né un ferito né un obiettore. Finito il servizio militare tornarono a casa a mangiar polenta. Poca perché era rincarata.

Eppure gli ufficiali seguitarono a farli gridare "Savoia" anche quando li portarono a aggredire due volte (1896 e 1935) un popolo pacifico e lontano che certo non minacciava i confini della nostra Patria. Era l'unico popolo nero che non fosse ancora appestato dalla peste del colonialismo europeo.

Quando si battono bianchi e neri siete coi bianchi? Non vi basta di imporci la Patria Italia? Volete imporci anche la Patria Razza Bianca? Siete di quei preti che leggono la Nazione? Stateci attenti perché quel giornale considera la vita d'un bianco più che quella di 100 neri. Avete visto come ha messo in risalto l'uccisione di 60 bianchi nel Congo, dimenticando di descrivere la contemporanea immane strage di neri e di cercarne i mandanti qui in Europa?

Idem per la guerra di Libia.

Poi siamo al '14. L'Italia aggredì l'Austria con cui questa volta era alleata.

Battisti era un Patriota o un disertore? È un piccolo particolare che va chiarito se volete parlare di Patria. Avete detto ai vostri ragazzi che quella guerra si poteva evitare? Che Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti?

Che la stragrande maggioranza della Camera era con lui (450 su 508)? Era dunque la Patria che chiamava alle armi? E se anche chiamava, non chiamava forse a una "inutile strage"? (l'espressione non è d'un vile obiettore di coscienza ma d'un Papa canonizzato).

Era nel '22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l'esercito non la difese. Stette a aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti l'avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con l'Obbedienza "cieca, pronta, assoluta" quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e al mondo (50.000.000 di morti). Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina e riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo. In quei tragici anni quei sacerdoti che non avevano in mente e sulla bocca che la parola sacra "Patria", quelli che di quella parola non avevano mai voluto approfondire il significato, quelli che parlavano come parlate voi, fecero un male immenso proprio alla Patria (e, sia detto incidentalmente, disonorarono anche la Chiesa).

Nel '36 50.000 soldati italiani si trovarono imbarcati verso una nuova infame aggressione: Avevano avuto la cartolina di precetto per andar "volontari" a aggredire l'infelice popolo spagnolo.

Erano corsi in aiuto d'un generale traditore della sua Patria, ribelle al suo legittimo governo e al popolo suo sovrano. Coll'aiuto italiano e al prezzo d'un milione e mezzo di morti riuscì a ottenere quello che volevano i ricchi: blocco dei salari e non dei prezzi, abolizione dello sciopero, del sindacato, dei partiti, d'ogni libertà civile e religiosa.

Ancor oggi, in sfida al resto del mondo, quel generale ribelle imprigiona, tortura, uccide (anzi garrota) chiunque sia reo d'aver difeso allora la Patria o di tentare di salvarla oggi. Senza l'obbedienza dei "volontari" italiani tutto questo non sarebbe successo.

Se in quei tristi giorni non ci fossero stati degli italiani anche dall'altra parte, non potremmo alzar gli occhi davanti a uno spagnolo. Per l'appunto questi ultimi erano italiani ribelli e esuli dalla loro Patria. Gente che aveva obiettato.

Avete detto ai vostri soldati cosa devono fare se gli capita un generale tipo Franco? Gli avete detto che agli ufficiali disobbedienti al popolo loro sovrano non si deve obbedire?

Poi dal '39 in là fu una frana: i soldati italiani aggredirono una dopo l'altra altre sei Patrie che non avevano certo attentato alla loro (Albania, Francia, Grecia, Egitto, Jugoslavia, Russia).

Era una guerra che aveva per l'Italia due fronti. L'uno contro il sistema democratico. L'altro contro il sistema socialista. Erano e sono per ora i due sistemi politici più nobili che l'umanità si sia data.

L'uno rappresenta il più alto tentativo dell'umanità di dare, anche su questa terra, libertà e dignità umana ai poveri.

L'altro il più alto tentativo dell'umanità di dare, anche su questa terra, giustizia e eguaglianza ai poveri.

Non vi affannate a rispondere accusando l'uno o l'altro sistema dei loro vistosi difetti e errori. Sappiamo che son cose umane. Dite piuttosto cosa c'era di qua dal fronte. Senza dubbio il peggior sistema politico che oppressori senza scrupoli abbiano mai potuto escogitare. Negazione d'ogni valore morale, di ogni libertà se non per i ricchi e per i malvagi. Negazione d'ogni giustizia e d'ogni religione. Propaganda dell'odio e sterminio d'innocenti. Fra gli altri lo sterminio degli ebrei (la Patria del Signore dispersa nel mondo e sofferente).

Che c'entrava la Patria con tutto questo? e che significato possono più avere le Patrie in guerra da che l'ultima guerra è stata un confronto di ideologie e non di patrie?

Ma in questi cento anni di storia italiana c'è stata anche una guerra "giusta" (se guerra giusta esiste). L'unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana.

Da un lato c'erano dei civili, dall'altra dei militari. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall'altra soldati che avevano obiettato.

Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i "ribelli", quali i "regolari"?

È una nozione che urge chiarire quando si parla di Patria. Nel Congo p. es. quali sono i "ribelli"?

Poi per grazia di Dio la nostra Patria perse l'ingiusta guerra che aveva scatenato. Le Patrie aggredite dalla nostra Patria riuscirono a ricacciare i nostri soldati.

Certo dobbiamo rispettarli. Erano infelici contadini o operai trasformati in aggressori dall'obbedienza militare. Quell'obbedienza militare che voi cappellani esaltate senza nemmeno un "distinguo" che vi riallacci alla parola di San Pietro: "Si deve obbedire agli uomini o a Dio?". E intanto ingiuriate alcuni pochi coraggiosi che son finiti in carcere per fare come ha fatto San Pietro.

In molti paesi civili (in questo più civili del nostro) la legge li onora permettendo loro di servir la Patria in altra maniera. Chiedono di sacrificarsi per la Patria più degli altri, non meno. Non è colpa loro se in Italia non hanno altra scelta che di servirla oziando in prigione.

Del resto anche in Italia c'è una legge che riconosce un'obiezione di coscienza. È proprio quel Concordato che voi volevate celebrare. Il suo terzo articolo consacra la fondamentale obiezione di coscienza dei Vescovi e dei Preti.

In quanto agli altri obiettori, la Chiesa non si è ancora pronunziata né contro di loro né contro di voi. La sentenza umana che li ha condannati dice solo che hanno disobbedito alla legge degli uomini, non che son vili. Chi vi autorizza a rincarare la dose? E poi a chiamarli vili non vi viene in mente che non s'è mai sentito dire che la viltà sia patrimonio di pochi, l'eroismo patrimonio dei più?

Aspettate a insultarli. Domani forse scoprirete che sono dei profeti. Certo il luogo dei profeti è la prigione, ma non è bello star dalla parte di chi ce li tiene.

Se ci dite che avete scelto la missione di cappellani per assistere feriti e moribondi, possiamo rispettare la vostra idea. Perfino Gandhi da giovane l'ha fatto. Più maturo condannò duramente questo suo errore giovanile. Avete letto la sua vita?

Ma se ci dite che il rifiuto di difendere se stesso e i suoi secondo l'esempio e il comandamento del Signore è "estraneo al comandamento cristiano dell'amore" allora non sapete di che Spirito siete! che lingua parlate? come potremo intendervi se usate le parole senza pesarle? se non volete onorare la sofferenza degli obiettori, almeno tacete!

Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: Auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità.

Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l'errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima.

Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d'odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.

Lorenzo Milani sac.

Lettera ai giudici

Barbiana 18 ottobre 1965

Signori Giudici,

vi metto qui per scritto quello che avrei detto volentieri in aula. Non sarà infatti facile ch'io possa venire a Roma perché sono da tempo malato. Allego un certificato medico e vi prego di procedere in mia assenza. La malattia è l'unico motivo per cui non vengo. Ci tengo a precisarlo perché dai tempi di Porta Pia i preti italiani sono sospettati di avere poco rispetto per lo Stato. E questa è proprio l'accusa che mi si fa in questo processo.

Ma essa non è fondata per moltissimi miei confratelli e in nessun modo per me. Vi spiegherò anzi quanto mi stia a cuore imprimere nei miei ragazzi il senso della legge e il rispetto per i tribunali degli uomini.

Una precisazione a proposito del difensore. Le cose che ho voluto dire con la lettera incriminata toccano da vicino la mia persona di maestro e di sacerdote. In queste due vesti so parlare da me. Avevo perciò chiesto al mio difensore d'ufficio di non prendere la parola. Ma egli mi ha spiegato che non me lo può promettere né come avvocato né come uomo. Ho capito le sue ragioni e non ho insistito.

Un'altra precisazione a proposito della rivista che è coimputata per avermi gentilmente ospitato. Io avevo diffuso per conto mio la lettera incriminata fin dal 23 Febbraio. Solo successivamente (6 Marzo) l'ha ripubblicata Rinascita e poi altri giornali.

È dunque per motivi procedurali cioè del tutto casuali ch'io trovo incriminata con me una rivista comunista. Non ci troverei nulla da ridire se si trattasse d'altri argomenti. Ma essa non meritava l'onore d'essere fatta bandiera di idee che non le si addicono come la libertà di coscienza e la non violenza. Il fatto non giova alla chiarezza cioè all'educazione dei giovani che guardano a questo processo.

Verrò ora ai motivi per cui ho sentito il dovere di scrivere la lettera incriminata. Ma vi occorrerà prima sapere come mai oltre che parroco io sia anche maestro. La mia è una parrocchia di montagna. Quando ci arrivai c'era solo una scuola elementare. Cinque classi in un'aula sola. I ragazzi uscivano dalla quinta semianalfabeti e andavano a lavorare. Timidi e disprezzati. Decisi allora che avrei speso la mia vita di parroco per la loro elevazione civile e non solo religiosa. Così da undici anni in qua, la più gran parte del mio ministero consiste in una scuola. Quelli che stanno in città usano meravigliarsi del suo orario. Dodici ore al giorno, 365 giorni l'anno. Prima che arrivassi io i ragazzi facevano lo stesso orario (e in più tanta fatica) per procurare lana e cacio a quelli che stanno in città. Nessuno aveva da ridire. Ora che quell'orario glielo faccio fare a scuola dicono che li sacrifico.

La questione appartiene a questo processo solo perché vi sarebbe difficile capire il mio modo di argomentare se non sapeste che i ragazzi vivono praticamente con me. Riceviamo le visite insieme. Leggiamo insieme: i libri, il giornale, la posta. Scriviamo insieme.

COME MAESTRO

Il motivo occasionale

Eravamo come sempre insieme quando un amico ci portò il ritaglio di un giornale. Si presentava come un "Comunicato dei cappellani militari in congedo della regione toscana". Più tardi abbiamo saputo che già questa dizione è scorretta. Solo 20 di essi erano presenti alla riunione su un totale di 120. Non ho potuto appurare quanti fossero stati avvertiti. Personalmente ne conosco uno solo: don Vittorio Vacchiano pievano di Vicchio. Mi ha dichiarato che non è stato invitato e che è sdegnato della sostanza e della forma del comunicato. Il testo è infatti gratuitamente provocatorio. Basti pensare alla parola "espressione di viltà".

Il prof. Giorgio Peyrot dell'Università di Roma sta curando la raccolta di tutte le sentenze contro obiettori italiani.

Mi dice che dalla liberazione in qua ne son state pronunciate più di 200. Di 186 ha notizia sicura, di 100 il testo. Mi assicura che in nessuna ha trovato la parola viltà o altra equivalente. In alcune anzi ha trovato espressioni di rispetto per la figura morale dell'imputato. Per esempio: "Da tutto il comportamento dell'imputato si deve ritenere che egli sia incorso nei rigori della legge per amor di fede" (2 sentenze del T.M.T. di Torino 19 Dicembre 1963 imputato Scherillo, 3 Giugno 1964 imputato Fiorenza). In tre sentenze del T.M.T. di Verona ha trovato il riconoscimento del motivo di particolare valore morale e sociale (19 Ottobre 1953 imputato Valente, 11 Gennaio 1957 imputato Perotto, 7 Maggio 1957 imputato Perotto). Allego il testo completo dei risultati della ricerca che il prof. Peyrot ha avuto la bontà di fare per me.

Ora io sedevo davanti ai miei ragazzi nella duplice veste di maestro e di sacerdote e loro mi guardavano sdegnati e appassionati. Un sacerdote che ingiuria un carcerato ha sempre torto. Tanto più se ingiuria chi è in carcere per un ideale. Non avevo bisogno di far notare queste cose ai miei ragazzi. Le avevano già intuite. E avevano anche intuito che ero ormai impegnato a dar loro una lezione di vita.

Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all'ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto.

Su una parete della nostra scuola c'è scritto grande "I care". È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. "Me ne importa, mi sta a cuore". È il contrario esatto del motto fascista "Me ne frego".

Quando quel comunicato era arrivato a noi era già vecchio di una settimana. Si seppe che né le autorità civili, né quelle religiose avevano reagito. Allora abbiamo reagito noi. Una scuola austera come la nostra, che non conosce ricreazione né vacanze, ha tanto tempo a disposizione per pensare e studiare. Ha perciò il diritto e il dovere di dire le cose che altri non dice. È l'unica ricreazione che concedo ai miei ragazzi. Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (umili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e siamo riandati cento anni di storia italiana in cerca d'una "guerra giusta". D'una guerra cioè che fosse in regola con l'articolo 11 della Costituzione. Non è colpa nostra se non l'abbiamo trovata. Da quel giorno a oggi abbiamo avuto molti dispiaceri:

Ci sono arrivate decine di lettere anonime di ingiurie e di minacce firmate solo con la svastica o col fascio. Siamo stati feriti da alcuni giornalisti con "interviste" piene di falsità. Da altri con incredibili illazioni tratte da quelle "interviste" senza curarsi di controllarne la serietà. Siamo stati poco compresi dal nostro stesso Arcivescovo (Lettera al Clero 14-4-1965). La nostra lettera è stata incriminata. Ci è stato però di conforto tenere sempre dinanzi agli occhi quei 31 ragazzi italiani che sono attualmente in carcere per un ideale. Così diversi dai milioni di giovani che affollano gli stadi, i bar, le piste da ballo, che vivono per comprarsi la macchina, che seguono le mode, che leggono giornali sportivi, che si disinteressano di politica e di religione. Un mio figliolo ha per professore di religione all'Istituto Tecnico il capo di quei militari cappellani che han scritto il comunicato. Mi dice di lui che in classe parla spesso di sport. Che racconta di essere appassionato di caccia e di judo. Che ha l'automobile. Non toccava a lui chiamare "vili e estranei al comandamento cristiano dell'amore" quei 31 giovani.

I miei figlioli voglio che somiglino più a loro che a lui. E ciò nonostante non voglio che vengano su anarchici.

Il motivo profondo

A questo punto mi occorre spiegare il problema di fondo di ogni vera scuola. E siamo giunti, io penso, alla chiave di questo processo perché io maestro sono accusato di apologia di reato cioè di scuola cattiva. Bisognerà dunque accordarci su ciò che è scuola buona.

La scuola è diversa dall'aula del tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. È l'arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall'altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione). La tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con leggi che ancora non son tutte giuste. Son vivi in Italia dei magistrati che in passato han dovuto perfino sentenziare condanne a morte. Se tutti oggi inorridiamo a questo pensiero dobbiamo ringraziare quei maestri che ci aiutarono a progredire, insegnandoci a criticare la legge che allora vigeva. Ecco perché, in un certo senso, la scuola è fuori del vostro ordinamento giuridico.

Il ragazzo non è ancora penalmente imputabile e non esercita ancora diritti sovrani, deve solo prepararsi a esercitarli domani ed è perciò da un lato nostro inferiore perché deve obbedirci e noi rispondiamo di lui, dall'altro nostro superiore perché decreterà domani leggi migliori delle nostre. E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i "segni dei tempi", indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso. Anche il maestro è dunque in qualche modo fuori del vostro ordinamento e pure al suo servizio. Se lo condannate attenterete al progresso legislativo. In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l'unico modo d'amare la legge è d'obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto. La Costituzione gli affianca anche la leva dello sciopero. Ma la leva vera di queste due leve del potere è influire con la parola e con l'esempio sugli altri votanti e scioperanti. E quando è l'ora non c'è scuola più grande che pagare di persona un'obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede. È scuola per esempio la nostra lettera sul banco dell'imputato e è scuola la testimonianza di quei 31 giovani che sono a Gaeta.

Chi paga di persona testimonia che vuole la legge migliore, cioè che ama la legge più degli altri. Non capisco come qualcuno possa confonderlo con l'anarchico. Preghiamo Dio che ci mandi molti giovani capaci di tanto.

Questa tecnica di amore costruttivo per la legge l'ho imparata insieme ai ragazzi mentre leggevamo il Critone, l'Apologia di Socrate, la vita del Signore nei quattro Vangeli, l'autobiografia di Gandhi, le lettere del pilota di Hiroshima. Vite di uomini che son venuti tragicamente in contrasto con l'ordinamento vigente al loro tempo non per scardinarlo, ma per renderlo migliore. L'ho applicata, nel mio piccolo, anche a tutta la mia vita di cristiano nei confronti delle leggi e delle autorità della Chiesa. Severamente ortodosso e disciplinato e nello stesso tempo appassionatamente attento al presente e al futuro. Nessuno può accusarmi di eresia o di indisciplina. Nessuno d'aver fatto carriera. Ho 42 anni e sono parroco di 42 anime! Del resto ho già tirato su degli ammirevoli figlioli. Ottimi cittadini e ottimi cristiani. Nessuno di loro è venuto su anarchico. Nessuno è venuto su conformista. Informatevi su di loro. Essi testimoniano a mio favore.

Ma è poi reato?

Vi ho dunque dichiarato fin qui che se anche la lettera incriminata costituisse reato era mio dovere morale di maestro scriverla egualmente. Vi ho fatto notare che togliendomi questa libertà attentereste alla scuola cioè al progresso legislativo.

Ma è poi reato?

L'Assemblea Costituente ci ha invitati a dar posto nella scuola alla Carta Costituzionale "al fine di rendere consapevole la nuova generazione delle raggiunte conquiste morali e sociali". (ordine del giorno approvato all'unanimità nella seduta dell'11 Dicembre 1947). Una di queste conquiste morali e sociali è l'articolo 11: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli". Voi giuristi dite che le leggi si riferiscono solo al futuro, ma noi gente della strada diciamo che la parola ripudia è molto più ricca di significato, abbraccia il passato e il futuro. È un invito a buttar tutto all'aria: all'aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora.

Mi scuserete se su questo punto mi devo dilungare, ma il Pubblico Ministero ha interpretato come apologia della disobbedienza una lettera che è una scorsa su cento anni di storia alla luce del verbo ripudia. È dalla premessa di come si giudicano quelle guerre che segue se si dovrà o no obbedire nelle guerre future. Quando andavamo a scuola noi i nostri maestri, Dio li perdoni, ci avevano così bassamente ingannati. Alcuni poverini ci credevano davvero: ci ingannavano perché erano a loro volta ingannati. Altri sapevano di ingannarci, ma avevano paura. I più erano forse solo dei superficiali.

A sentir loro tutte le guerre erano "per la Patria". Esaminiamo ora quattro tipi di guerra che "per la Patria" non erano. I nostri maestri si dimenticavano di farci notare una cosa lapalissiana e cioè che gli eserciti marciano agli ordini della classe dominante. In Italia fino al 1880 aveva diritto di voto solo il 2% della popolazione. Fino al 1909 il 7%. Nel 1913 ebbe diritto di voto il 23%, ma solo la metà lo seppe o lo volle usare. Dal '22 al '45 il certificato elettorale non arrivò più a nessuno, ma arrivarono a tutti le cartoline di chiamata per tre guerre spaventose. Oggi di diritto il suffragio è universale, ma la Costituzione (articolo 3) ci avvertiva nel '47 con sconcertante sincerità che i lavoratori erano di fatto esclusi dalle leve del potere. Siccome non è stata chiesta la revisione di quell'articolo è lecito pensare (e io lo penso) che esso descriva una situazione non ancora superata. Allora è ufficialmente riconosciuto che i contadini e gli operai, cioè la gran massa del popolo italiano, non è mai stata al potere. Allora l'esercito ha marciato solo agli ordini di una classe ristretta.

Del resto ne porta ancora il marchio: il servizio di leva è compensato con 93.000 al mese per i figli dei ricchi e con 4.500 lire al mese per i figli dei poveri, essi non mangiano lo stesso rancio alla stessa mensa, i figli dei ricchi sono serviti da un attendente figlio dei poveri. Allora l'esercito non ha mai o quasi mai rappresentato la Patria nella sua totalità e nella sua eguaglianza. Del resto in quante guerre della storia gli eserciti han rappresentato la Patria?

Forse quello che difese la Francia durante la Rivoluzione. Ma non certo quello di Napoleone in Russia.

Forse l'esercito inglese dopo Dunkerque. Ma non certo l'esercito inglese a Suez.

Forse l'esercito russo a Stalingrado. Ma non certo l'esercito russo in Polonia.

Forse l'esercito italiano al Piave. Ma non certo l'esercito italiano il 24 Maggio.

Ho a scuola esclusivamente figlioli di contadini e di operai. La luce elettrica a Barbiana è stata portata quindici giorni fa, ma le cartoline di precetto hanno cominciato a portarle a domicilio fin dal 1861. Non posso non avvertire i miei ragazzi che i loro infelici babbi han sofferto e fatto soffrire in guerra per difendere gli interessi di una classe ristretta (di cui non facevano nemmeno parte!) non gli interessi della Patria.

Anche la Patria è una creatura cioè qualcosa di meno di Dio, cioè un idolo se la si adora. Io penso che non si può dar la vita per qualcosa di meno di Dio. Ma se anche si dovesse concedere che si può dar la vita per l'idolo buono (la Patria), certo non si potrà concedere che si possa dar la vita per l'idolo cattivo (le speculazioni degli industriali). Dar la vita per nulla è peggio ancora. I nostri maestri non ci dissero che nel '66 l'Austria ci aveva offerto il Veneto gratis. Cioè che quei morti erano morti senza scopo. Che è mostruoso andare a morire e uccidere senza scopo.

Se ci avessero detto meno bugie avremmo intravisto com'è complessa la verità. Come anche quella guerra, come ogni guerra, era composita dell'entusiasmo eroico di alcuni, dello sdegno eroico di altri, della delinquenza di altri ancora.

Lo dico perché alcuni mi accusan di aver mancato di rispetto ai caduti. Non è vero. Ho rispetto per quelle infelici vittime. Proprio per questo mi parrebbe di offenderle se lodassi chi le ha mandate a morire e poi si è messo in salvo.

Per esempio quel re che scappò a Brindisi con Badoglio e molti generali e nella fretta si dimenticò perfino di lasciar gli ordini.

Del resto il rispetto per i morti non può farmi dimenticare i miei figlioli vivi. Io non voglio che essi facciano quella tragica fine. Se un giorno sapranno offrire la loro vita in sacrificio ne sarò orgoglioso, ma che sia per la causa di Dio e dei poveri, non per il signor Savoia o il signor Krupp.

Bisognerà ricordare anche le guerre per allargare i confini oltre il territorio nazionale.

Ci sono ancora dei fascisti poveretti che mi scrivono lettere patetiche per dirmi che prima di pronunciare il nome santo di Battisti devo sciacquarmi la bocca.

È perché i nostri maestri ce l'avevano presentato come un eroe fascista. Si erano dimenticati di dirci che era un socialista. Che se fosse stato vivo il 4 novembre quando gli italiani entrarono nel Sud Tirolo avrebbe obiettato. Non avrebbe mosso un passo di là da Salorno per lo stessissimo motivo per cui quattro anni prima aveva obiettato alla presenza degli austriaci di qua da Salorno e s'era buttato disertore, come dico appunto nella mia lettera.

"Riterremmo stoltezza vantar diritti su Merano e Bolzano" (Scritti politici di Cesare Battisti, vol. II, pag. 96-97). "Certi italiani confondono troppo facilmente il Tirolo col Trentino e con poca logica vogliono i confini d'Italia estesi fino al Brennero" (ivi).

Sotto il fascismo la mistificazione fu scientificamente organizzata. E non solo sui libri, ma perfino sul paesaggio. L'Alto Adige, dove nessun soldato italiano era mai morto, ebbe tre cimiteri di guerra finti (Colle Isarco, Passo Resia, S. Candido) con caduti veri disseppelliti a Caporetto.

Parlo di confini per chi crede ancora, come credeva Battisti, che i confini debbano tagliare preciso tra nazione e nazione. Non certo per dar soddisfazione a quei nazisti da museo che sparano a carabinieri di 20 anni.

In quanto a me, io ai miei ragazzi insegno che le frontiere son concetti superati. Quando scrivevamo la lettera incriminata abbiamo visto che i nostri paletti di confine sono stati sempre in viaggio. E ciò che seguita a cambiar di posto secondo il capriccio delle fortune militari non può essere dogma di fede né civile né religiosa.

Ci presentavano l'Impero come una gloria della Patria! Avevo 13 anni. Mi par oggi. Saltavo di gioia per l'Impero. I nostri maestri s'erano dimenticati di dirci che gli etiopici erano migliori di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini mentre loro non ci avevano fatto nulla.

Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non so, preparava gli orrori di tre anni dopo. Preparava milioni di soldati obbedienti. Obbedienti agli ordini di Mussolini. Anzi, per essere più precisi, obbedienti agli ordini di Hitler. Cinquanta milioni di morti.

E dopo esser stato così volgarmente mistificato dai miei maestri quando avevo 13 anni, ora che sono maestro io e ho davanti questi figlioli di 13 anni che amo, vorreste che non sentissi l'obbligo non solo morale (come dicevo nella prima parte di questa lettera), ma anche civico di demistificare tutto, compresa l'obbedienza militare come ce la insegnavano allora?

Perseguite i maestri che dicono ancora le bugie di allora, quelli che da allora a oggi non hanno più studiato né pensato, non me.Abbiamo voluto scrivere questa lettera senza l'aiuto d'un giurista. Ma a scuola una copia dei Codici l'abbiamo. Nel testo stesso dell'art. 40 c.p.m.p. e nella giurisprudenza all'art. 51 del c.p. abbiamo trovato che il soldato non deve obbedire quando l'atto comandato è manifestamente delittuoso. Che l'ordine deve avere un minimo d'apparenza di legittimità. Una sentenza del T.S.M. condanna un soldato che ha obbedito a un ordine di strage di civili (13-12-1949 imputato Strauch).

Allora anche il Vostro ordinamento riconosce che perfino il soldato ha una coscienza e deve saperla usare quando è l'ora. Come potrebbe avere un minimo di parvenza di legittimità una decimazione, una rappresaglia su ostaggi, la deportazione degli ebrei, la tortura, una guerra coloniale? Oppure, può avere un minimo di parvenza di legittimità un atto condannato dagli accordi internazionali che l'Italia ha sottoscritto?

Il nostro Arcivescovo Card. Florit ha scritto che "è praticamente impossibile all'individuo singolo valutare i molteplici aspetti relativi alla moralità degli ordini che riceve" (Lettera al Clero 14-4-1965). Certo non voleva riferirsi all'ordine che hanno ricevuto le infermiere tedesche di uccidere i loro malati. E neppure a quello che ricevette Badoglio e trasmise ai suoi soldati di mirare anche agli ospedali (telegramma di Mussolini 28-3-1936). E neppure all'uso dei gas.

Che gli italiani in Etiopia abbiano usato gas è un fatto su cui è inutile chiuder gli occhi. Il Protocollo di Ginevra del 17-5-1925 ratificato dall'Italia il 3-4-1928 fu violato dall'Italia per prima il 23-12-1935 sul Tacazzé. L'Enciclopedia Britannica lo dà per pacifico. Lo denunciano oramai anche i giornali cattolici (L'Avvenire d'Italia articoli di Angelo del Boca dal 13-5-1965 al 15-7-1965). Abbiamo letto i telegrammi di Mussolini a Graziani: "autorizzo impiego gas" (telegramma numero 12409 del 27-10-1935) di Mussolini a Badoglio: "rinnovo autorizzazione impiego gas qualunque specie e su qualunque scala" (29-3-1936). Hailè Selassiè l'ha confermato autorevolmente e circostanziatamente (intervista per l'Espresso 29-9-1965 e sg.). Quegli ufficiali e quei soldati obbedienti che buttavano barili d'iprite sono criminali di guerra e non son ancora stati processati.

Son processato invece io perché ho scritto una lettera che molti considerano nobile. (carissime fra le tante le lettere di affettuosa solidarietà delle Commissioni Interne delle principali fabbriche fiorentine, quelle dei dirigenti e attivisti della C.I.S.L. di Milano e della C.I.S.L. di Firenze e quella dei Valdesi).

Che idea si potranno fare i giovani di ciò che è crimine? Oggi poi le convenzioni internazionali son state accolte nella Costituzione (art. 10). Ai miei montanari insegno a avere più in onore la Costituzione e i patti che la loro Patria ha firmato che gli ordini opposti d'un generale.

Io non li credo dei minorati incapaci di distinguere se sia lecito o no bruciar vivo un bambino. Ma dei cittadini sovrani e coscienti. Ricchi del buon senso dei poveri. Immuni da certe perversioni intellettuali di cui soffrono talvolta i figli della borghesia. Quelli per esempio che leggevano D'Annunzio e ci han regalato il fascismo e le sue guerre.

A Norimberga e a Gerusalemme son stati condannati uomini che avevano obbedito. L'umanità intera consente che essi non dovevano obbedire, perché c'è una legge che gli uomini non hanno forse ancora ben scritta nei loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Una gran parte dell'umanità la chiama legge di Dio, l'altra parte la chiama legge della Coscienza. Quelli che non credono né nell'una né nell'altra non sono che un'infima minoranza malata. Sono i cultori dell'obbedienza cieca.

Condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che essi non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi, che i loro delitti li pagherà chi li avrà comandati.

E invece bisogna dir loro che Claude Eatherly, il pilota di Hiroshima, che vede ogni notte donne e bambini che bruciano e si fondono come candele, rifiuta di prender tranquillanti, non vuol dormire, non vuol dimenticare quello che ha fatto quand'era "un bravo ragazzo, un soldato disciplinato" (secondo la definizione dei suoi superiori) "un povero imbecille irresponsabile" (secondo la definizione che dà lui di sé ora). (carteggio di Claude Eatherly e GŸnter Anders - Einaudi 1962).

Ho poi studiato a teologia morale un vecchio principio di diritto romano che anche voi accettate. Il principio della responsabilità in solido. Il popolo lo conosce sotto forma di proverbio: "Tant'è ladro chi ruba che chi para il sacco".

Quando si tratta di due persone che compiono un delitto insieme, per esempio il mandante e il sicario, voi gli date un ergastolo per uno e tutti capiscono che la responsabilità non si divide per due. Un delitto come quello di Hiroshima ha richiesto qualche migliaio di corresponsabili diretti: politici, scienziati, tecnici, operai, aviatori. Ognuno di essi ha tacitato la propria coscienza fingendo a se stesso che quella cifra andasse a denominatore. Un rimorso ridotto a millesimi non toglie il sonno all'uomo d'oggi.

E così siamo giunti a quest'assurdo che l'uomo delle caverne se dava una randellata sapeva di far male e si pentiva. L'aviere dell'era atomica riempie il serbatoio dell'apparecchio che poco dopo disintegrerà 200.000 giapponesi e non si pente.

A dar retta ai teorici dell'obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell'assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore.

C'è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di parole. Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l'unico responsabile di tutto. A questo patto l'umanità potrà dire di aver avuto in questo secolo un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso tecnico.

COME SACERDOTE

Fin qui ho parlato come un cittadino e un maestro che crede con la sua scuola e la sua lettera di aver reso un servizio alla società civile, non di aver compiuto un reato.

Ma poniamo di nuovo che voi lo consideriate reato.

Quest'accusa se fatta a me solo e non anche a tutti i miei confratelli mette in dubbio la mia ortodossia di cattolico e di sacerdote. Sembrerà infatti che condanniate le idee personali di un prete strano. Ma io son parte viva della Chiesa anzi suo ministro. Se avessi detto cose estranee al suo insegnamento essa mi avrebbe condannato. Non l'ha fatto perché la mia lettera dice cose elementari di dottrina cristiana che tutti i preti insegnano da 2000 anni. Se ho commesso reato perseguiteci tutti.

Ho evitato apposta di parlare da non-violento. Personalmente lo sono. Ho tentato di educare i miei ragazzi così. Li ho indirizzati per quanto ho potuto verso i sindacati (le uniche organizzazioni che applichino su larga scala le tecniche non-violente). Ma la non-violenza non è ancora la dottrina ufficiale di tutta la Chiesa. Mentre la dottrina del primato della coscienza sulla legge dello Stato lo è certamente. Mi sarà facile dimostrarvi che nella mia lettera ho parlato da cattolico integrale, anzi spesso da cattolico conservatore.

Cominciamo dalla storia.

La storia d'Italia fino al 1929 nella mia lettera è identica a come la raccontavano i preti in seminario prima di quella data. Il mio vecchio parroco mi diceva che La Squilla, il giornale cattolico di Firenze, aveva in vetta e in fondo uno striscione nero. Portava il lutto del Risorgimento! In quanto alla storia più recente cioè al giudizio sulle guerre fasciste, può anche darsi che qualche mio confratello sia intimamente un nostalgico, ma è notorio che la gran maggioranza dei preti sostiene un partito democratico che fu il principale autore della Costituzione (dunque anche della parola ripudia).

Veniamo alla dottrina.

La dottrina del primato della legge di Dio sulla legge degli uomini è condivisa, anzi glorificata, da tutta la Chiesa. Non andrò a cercare teologi moderni e difficili per dimostrarlo. Si può domandarlo a un bambino che si prepara alla Prima Comunione: "Se il padre o la madre comanda una cosa cattiva bisogna obbedirlo? I martiri disobbedirono alle leggi dello Stato. Fecero bene o male?". C'è chi cita a sproposito il detto di S. Pietro: "Obbedite ai vostri superiori anche se son cattivi". Infatti. Non ha nessuna importanza se chi comanda è personalmente buono o cattivo. Delle sue azioni risponderà lui davanti a Dio. Ha però importanza se ci comanda cose buone o cattive perché delle nostre azioni risponderemo noi davanti a Dio. Tant'è vero che Pietro scriveva quelle sagge raccomandazioni all'obbedienza dal carcere dove era chiuso per aver solennemente disobbedito.

Il Concilio di Trento è esplicito su questo punto (Catechismo III parte, IV precetto, 16¡ paragrafo): "Se le autorità politiche comanderanno qualcosa di iniquo non sono assolutamente da ascoltare. Nello spiegare questa cosa al popolo il parroco faccia notare che premio grande e proporzionato è riservato in cielo a coloro che obbediscono a questo precetto divino" cioè di disobbedire allo Stato!

Certi cattolici di estrema destra (forse gli stessi che mi hanno denunciato) ammirano la Mostra della Chiesa del Silenzio. Quella mostra è l'esaltazione di cittadini che per motivo di coscienza si ribellano allo Stato. Allora anche i miei superficialissimi accusatori la pensan come me. Hanno il solo difetto di ricordarsi di quella legge eterna quando lo Stato è comunista e le vittime son cattoliche e di dimenticarla nei casi (come in Spagna) dove lo Stato si dichiara cattolico e le vittime sono comuniste.

Son cose penose, ma le ho ricordate per mostrarvi che su questo punto l'arco dei cattolici che la pensano come me è completo.

Tutti sanno che la Chiesa onora i suoi martiri. Poco lontano dal vostro Tribunale essa ha eretto una basilica per onorare l'umile pescatore che ha pagato con la vita il contrasto fra la sua coscienza e l'ordinamento vigente. S. Pietro era un "cattivo cittadino". I vostri predecessori del Tribunale di Roma non ebbero tutti i torti a condannarlo.

Eppure essi non erano intolleranti verso le religioni. Avevano costruito a Roma i templi di tutti gli dei e avevano cura di offrir sacrifici ad ogni altare.

In una sola religione il loro profondo senso del diritto ravvisò un pericolo mortale per le loro istituzioni. Quella il cui primo comandamento dice: "Io sono un Dio geloso. Non avere altro Dio fuori che me". A quei tempi pareva dunque inevitabile che i buoni ebrei e i buoni cristiani paressero cattivi cittadini.

Poi le leggi dello Stato progredirono. Lasciatemi dire, con buona pace dei laicisti, che esse vennero man mano avvicinandosi alla legge di Dio. Così va diventando ogni giorno più facile per noi esser riconosciuti buoni cittadini. Ma è per coincidenza e non per sua natura che questo avviene. Non meravigliatevi dunque se ancora non possiamo obbedire tutte le leggi degli uomini. Miglioriamole ancora e un giorno le obbediremo tutte. Vi ho detto che come maestro civile sto dando una mano anch'io a migliorarle. Perché io ho fiducia nelle leggi degli uomini. Nel breve corso della mia vita mi pare che abbiano progredito a vista d'occhio.

Condannano oggi tante cose cattive che ieri sancivano. Oggi condannano la pena di morte, l'assolutismo, la monarchia, la censura, le colonie, il razzismo, l'inferiorità della donna, la prostituzione, il lavoro dei ragazzi. Onorano lo sciopero, i sindacati, i partiti.

Tutto questo è un irreversibile avvicinarsi alla legge di Dio. Già oggi la coincidenza è così grande che normalmente un buon cristiano può passare anche l'intera vita senza mai essere costretto dalla coscienza a violare una legge dello Stato.

Io per esempio fino a questo momento sono incensurato. E spero di esserlo anche alla fine di questo processo. È un augurio che faccio ai patrioti. Chissà come patirebbero se potessero leggere le tante lettere che ricevo dall'estero. Da paesi che non hanno il servizio di leva o riconoscono l'obiezione. Quelli che le scrivono sono convinti di scrivere a un paese di selvaggi. Qualcuno mi domanda quanto dovrà ancora stare in prigione il povero padre Balducci.

Dicevamo dunque che oggi le nostre due leggi quasi coincidono. Ci sono però dei casi eccezionali nei quali vige l'antica divergenza e l'antico comandamento della Chiesa di obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.

Ho elencato nella lettera incriminata alcuni di questi casi. Posso aggiungere altre considerazioni. Cominciamo dall'obiezione di coscienza in senso stretto.

Proprio in questi giorni ho avuto conforto dalla Chiesa anche su questo punto specifico. Il Concilio invita i legislatori a avere rispetto (respicere) per coloro i quali "o per testimoniare della mitezza cristiana, o per reverenza alla vita, o per orrore di esercitare qualsiasi violenza, ricusano per motivo di coscienza o il servizio militare o alcuni singoli atti di immane crudeltà cui conduce la guerra".

(Schema 13 paragrafo 101. Questo è il testo proposto dalla apposita Commissione la quale rispecchia tutte le correnti del Concilio. Ha quindi tutte le probabilità d'essere quello definitivo).

Quei 20 militari di Firenze han detto che l'obiettore è un vile. Io ho detto soltanto che forse è un profeta. Mi pare che i Vescovi stiano dicendo molto più di me.

Ricorderò altri tre fatti sintomatici.

Nel '18 i seminaristi reduci di guerra, se vollero diventare preti, dovettero chiedere alla Santa Sede una sanatoria per le irregolarità canoniche in cui potevano essere incorsi nell'obbedire ai loro ufficiali.

Nel '29 la Chiesa chiedeva allo Stato di dispensare i seminaristi, i preti, i vescovi dal servizio militare. Il canone 141 proibisce ai chierici di andare volontari a meno che lo facciano per sortirne prima (ut citius liberi evadant)! Chi disobbedisce è automaticamente ridotto allo stato laicale. La Chiesa considera dunque a dir poco indecorosa per un sacerdote l'attività militare presa nel suo complesso. Con le sue ombre e le sue luci. Quella che lo Stato onora con medaglie e monumenti.

E infine affrontiamo il problema più cocente delle ultime guerre e di quelle future: l'uccisione dei civili.

La Chiesa non ha mai ammesso che in guerra fosse lecito uccidere civili, a meno che la cosa avvenisse incidentalmente cioè nel tentare di colpire un obiettivo militare. Ora abbiamo letto a scuola su segnalazione del Giorno un articolo del premio Nobel Max Born (Bullettin of the Atomic Scientists, aprile 1964).

Dice che nella prima guerra mondiale i morti furono 5% civili 95% militari (si poteva ancora sostenere che i civili erano morti "incidentalmente").

Nella seconda 48% civili 52% militari (non si poteva più sostenere che i civili fossero morti "incidentalmente").

In quella di Corea 84% civili 16% militari (si può ormai sostenere che i militari muoiono "incidentalmente").

Sappiamo tutti che i generali studiano la strategia d'oggi con l'unità di misura del megadeath (un milione di morti) cioè che le armi attuali mirano direttamente ai civili e che si salveranno forse solo i militari.

Che io sappia nessun teologo ammette che un soldato possa mirare direttamente (si può ormai dire esclusivamente) ai civili. Dunque in casi del genere il cristiano deve obiettare anche a costo della vita. Io aggiungerei che mi pare coerente dire che a una guerra simile il cristiano non potrà partecipare nemmeno come cuciniere. Gandhi l'aveva già capito quando ancora non si parlava di armi atomiche.

"Io non traccio alcuna distinzione tra coloro che portano le armi di distruzione e coloro che prestano servizio di Croce Rossa. Entrambi partecipano alla guerra e ne promuovono la causa. Entrambi sono colpevoli del crimine della guerra" (Non-violence in peace and war. Ahmedabad 14 vol. 1).

A questo punto mi domando se non sia accademia seguitare a discutere di guerra con termini che servivano già male per la seconda guerra mondiale. Eppure mi tocca parlare anche della guerra futura perché accusandomi di apologia di reato ci si riferisce appunto a quel che dovranno fare o non fare i nostri ragazzi domani. Ma nella guerra futura l'inadeguatezza dei termini della nostra teologia e della vostra legislazione è ancora più evidente.

È noto che l'unica "difesa" possibile in una guerra di missili atomici sarà di sparare circa 20 minuti prima dell'"aggressore". Ma in lingua italiana lo sparare prima si chiama aggressione e non difesa. Oppure immaginiamo uno Stato onestissimo che per sua "difesa" spari 20 minuti dopo. Cioè che sparino i suoi sommergibili unici superstiti d'un paese ormai cancellato dalla geografia. Ma in lingua italiana questo si chiama vendetta non difesa.

Mi dispiace se il discorso prende un tono di fantascienza, ma Kennedy e Krusciov (i due artefici della distensione!) si sono lanciati l'un l'altro pubblicamente minacce del genere.

"Siamo pienamente consapevoli del fatto che questa guerra, se viene scatenata, diventerà sin dalla primissima ora una guerra termonucleare e una guerra mondiale. Ciò per noi è perfettamente ovvio" (lettera di Krusciov a B. Russell, 23-10-1962).

Siamo dunque tragicamente nel reale.

Allora la guerra difensiva non esiste più. Allora non esiste più una "guerra giusta" né per la Chiesa né per la Costituzione. A più riprese gli scienziati ci hanno avvertiti che è in gioco la sopravvivenza della specie umana. (Per esempio Linus Pauling premio Nobel per la chimica e per la pace). E noi stiamo qui a questionare se al soldato sia lecito o no distruggere la specie umana?

Spero di tutto cuore che mi assolverete, non mi diverte l'idea di andare a fare l'eroe in prigione, ma non posso fare a meno di dichiararvi esplicitamente che seguiterò a insegnare ai miei ragazzi quel che ho insegnato fino a ora. Cioè che se un ufficiale darà loro ordini da paranoico hanno solo il dovere di legarlo ben stretto e portarlo in una casa di cura.

Spero che in tutto il mondo i miei colleghi preti e maestri d'ogni religione e d'ogni scuola insegneranno come me. Poi forse qualche generale troverà ugualmente il meschino che obbedisce e così non riusciremo a salvare l'umanità. Non è un motivo per non fare fino in fondo il nostro dovere di maestri. Se non potremo salvare l'umanità ci salveremo almeno l'anima

venerdì 11 marzo 2011

PARLAMENTARI PEGGIO DELLE ESCORT





da L'Espresso

Silvia Cerami intervista Margherita Hack

«Le vere puttane sono quei parlamentari che si vendono passando dall'opposizione al servizio del premier. Anche loro vendono le loro prestazioni». Margherita Hack spiega le ragioni per cui «bisognerebbe bloccare le Camere finché Berlusconi non si dimette»

La prima donna a dirigere un osservatorio astronomico in Italia, è considerata una delle menti più brillanti della comunità scientifica e non solo quella italiana. A giugno compirà 89 anni, ma Margherita Hack è tutt'altro che una stanca pensionata: le sue battaglie politiche vanno dai diritti degli omosessuali alla protesta contro i tagli alla ricerca scientifica. Ma è contro Silvio Berlusconi che negli ultimi tempi la Hack si sta spendendo sempre di più, fino all'adesione all'appello di Micromega «per un blocco sistematico e permanente del Parlamento fino alle dimissioni del presidente del Consiglio».

Una soluzione estrema, certo, ma anche «l'unica possibile», secondo la Hack, «in un Paese che oramai è il più grande esempio di pubblica prostituzione» e in cui chi si indigna di fronte al comportamento di Berlusconi e al suo volere a tutti i costi continuare a governare è percepito come un moralista e un puritano. Proprio lei, che ha fatto del suo impegno politico la bandiera di un pensiero scientifico profondo, ma calato nella realtà, non ha dubbi: «Non si tratta di moralismo o puritanesimo. La vergogna è di regalare posti in Parlamento, al governo, nella Pubblica amministrazione a giovani donne, non in virtù delle loro competenze, ma solo per le loro grazie fisiche, calpestando la dignità di coloro che si fanno strada con la fatica, il lavoro, lo studio»

Donne diverse da lei, simbolo di chi ha costruito la propria identità nel segno del sapere e della ricerca scientifica, puntando tutto sulla valorizzazione dell'impegno intellettuale e sociale, ed è per questo che la Hack attacca: «Trovo vergognoso che un capo di governo che dovrebbe preoccuparsi in primo luogo delle necessità del Paese si sollazzi corrompendo povere ragazze di scarsa cultura e pochi soldi e dando un pessimo esempio a tutti i ragazzi».

Ma la "pubblica prostituzione"creata da Berlusconi, per la professoressa Hack, non riguarda solo le papi girls: «Le vere puttane sono quei parlamentari che si vendono passando dall'opposizione al servizio del premier, deputati escort che vendono le loro prestazioni».

Eppure, nota la laica Hack, la Chiesta Cattolica «ha avuto una reazione verso i comportamenti del premier non solo blanda , ma praticamente inesistente, o almeno io non mi sono accorta che ci sia stata».

E di fronte a questo Paese in vendita non resta che mobilitarsi, perché se la manifestazione delle donne del 13 febbraio "Se non ora quando?"è stata un primo passo per dimostrare lo sdegno, «si dovrebbe unire quello di tutta la nazione, pretendendo elezioni subito, ma con una legge elettorale che non sia la porcata di Calderoli»
.

giovedì 10 marzo 2011

RESOCONTO DELLA COMMISSIONE SICUREZZA




di Igor Metelli

La riunione della commissione sicurezza che si è tenuta oggi presso la Sede Municipale ha avuto ad oggetto le seguenti tematiche: resoconto dell'attività di servizio anno 2010 di Carabinieri e Polizia Locale, Videosorveglianza , nuovo progetto di pattugliamento serale della Polizia Locale, installazione di speed-check e situazione di via Carlo Alberto.
In particolare, è stata illustrata da parte del comandante di Polizia Locale l'attività di servizio svolta sul territorio, citando il numero di verbali effettuati (in diminuzione rispetto al 2009) e gli interventi richiesti dalla cittadinanza. Ad oggi, il corpo di Polizia Locale conta 9 agenti effettivi ed è prevista l'assunzione di n. 2 agenti a tempo determinato per 6 mesi con la possibilità di proroga a tempo determinato per uno dei due agenti per i prossimi 3 anni. E' stato poi illustrato un ipotesi di progetto per la creazione di pattuglie serali/notturne (23.00 - 06.00) formate da 3 agenti di Polizia Locale con la finalità di maggior controllo del territorio.
Su dati forniti dai Carabinieri, è stata illustrata l'attività svolta dalla stazione di Calcinato e, rispetto all'anno 2009, si è notata una tendenziale diminuzione dei reati accertati nel 2010 sul territorio comunale con l'eccezione dei primi mesi dell'anno. E' stato specificato, inoltre, l'esito negativo rispetto alla presenza di sostanze stupefacenti nell'area della scuola media a seguito dell'operazione antidroga svolta nei mesi scorsi dall'Arma.
In materia di videosorveglianza si è confermata l'installazione di n. 6 telecamere (installazione che sarà realizzata nelle prossime settimane) nell'area del palazzetto dello sport (2 telecamere) e dei cimiteri di Calcinato (2 telecamere) e Calcinatello (2 telecamere). Come confermato dalle forze di Polizia, le telecamere presenti sul territorio comunale hanno permesso di individuare determinate "movimentazioni" che hanno portato poi, attraverso ulteriori indagini, all' individuazione di notizie di reato, sottolineando quindi l'importanza dell'utilizzo di tale tecnologia nel supporto all'attività delle forze di Polizia.
Sempre nelle prossime settimane saranno installati sul territorio comunale n. 12 contenitori per autovelox "speed-check" bidirezionali dove, a rotazione, sarà posizionato l'autovelox per il controllo della velocità. Nel luogo in cui, di volta in volta, verrà posizionato l'autovelox sarà comunque sempre presente nelle vicinanze, ma in questo caso anche non visibile, una pattuglia di Polizia Locale. Le aree interessate dall'installazione dei contenitori saranno: Via Rovadino, Via D. Abruzzi, Via Roma, P.zza Aldo Moro, Via Arnaldo, Via Broli, Via S. Maria. Nel futuro sono comunque previste ulteriori installazioni di "speed-check" anche in altre vie considerate "a rischio".
Per quanto riguarda la situazione di via C. Alberto, infine, si è dato conto del provvedimento relativo all'orario di chiusura, che ha riguardato però solamente l'attività della pizzeria ma non l'attività della discoteca per la quale invece si è concordato con i gestori una modifica del programma serale che sembrerebbe aver portato un leggero miglioramento.

mercoledì 9 marzo 2011

PARLIAMO DI P G T




La regione Lombardia non solo perdona, non sanzionandoli, i comuni inadempienti in riferimento alla Legge Urbanistica regionale, ma con un provvedimento che reitera quanto già fatto nel 2009, proroga di un ulteriore anno la consegna del PGT, Piano di Governo del Territorio.
A Calcinato ne abbiamo sentite (e viste) di tutti i colori, dal 2006. E da anni la stessa litania dell'adozione in consiglio comunale a marzo...anzi no, a giugno...beh, oramai a settembre...sicuramente prima di natale..e così via.
Non ci abbiamo mai creduto, ben sapendo delle difficoltà in cui estensori ed amministrazioni navigano ed hanno navigato; i documenti parzialmente pubblicizzati ed i repentini cambi di rotta ne sono stati il manifesto.
Il PGT ancora non c'è e non si è visto.

In realtà mai nessuno ha cercato di comprendere lo stravolgimento ontologico,normativo,amministrativo e sociale di cui è portatore il nuovo processo di piano; nessuno ha mai parlato delle regole, delle logiche e delle necessità della città pubblica, dei percorsi, del verde, dell'ambiente, dei servizi e del bene comune; solo le solite chiacchere (e difficoltà) relative l'inseririmento di aree fabbricabili, che oramai, non sono neanche più economicamente interessanti.

A Lonato il PGT è vigente dalla fine del 2009; a Moniga, pochi giorni fa, si è votato un PGT a crescita sostanzialmente zero; Bedizzole, Mazzano, Rezzato... un PGT ce l'hanno. Noi no; ancora il vecchio PRG del 2004, tanto martellato dalla destra al potere, quanto eseguito leziosamente ed applicato / ampliato a suon di varianti incrementali ex LR 23/97.

Di questo e di molto altro Linea Indipendente discuterà venerdì 11 marzo, dalle 20.30, presso la sala civica di Calcinatello. Parleremo di strategia di pianificazione, di crescita / sviluppo, di documento di piano e dello scenario del paese che vogliamo.


lunedì 7 marzo 2011

CARO PIDDI'..PERCHE' HAI PAURA DI ME?




intervista a Nichi Vendola, di Angela Mauro

Prendi la Palmiro Togliatti dalla via Prenestina e ti blocchi. È domenica mattina, un grumo di auto ingolfa l’arteria a est di Roma. E pensi che anche questa volta il fenomeno Vendola ha fatto centro: la manifestazione “Cambia l’Italia” al teatro di zona, il Tendastrisce, richiama gente come mosche. Qualche metro più avanti ti devi ricredere, perché il fiume di persone si dimena in realtà verso il solito mercatino domenicale allestito in uno dei piazzali tra nastri d’asfalto di periferia e campagna. Ok, previsione troppo affrettata, evidentemente. Poi però ci arrivi, al Tendastrisce. Nichi Vendola sta parlando di Libia e nel teatro si entra a fatica. Sì, ha fatto centro.

In molti hanno scritto che la manifestazione al Tendastrisce è stata una iniziativa autonoma per lanciare il cantiere del centrosinistra. È così?
C’è una prima doverosa considerazione sulla composizione di quella platea. Non so quale partito oggi in Italia, privo di qualunque mezzo economico e senza rappresentanza parlamentare, possa essere in grado, con una specie di tam tam, di organizzare un evento così straordinario per composizione, qualità e quantità della platea. È come se tutti i popoli della sinistra, più un pezzo di mondo popolare, più una presenza vivacissima di giovani generazioni, abbiano plasticamente rappresentato quale sia la domanda di cambiamento nel paese. Mi pare un ottimo punto di partenza.

Berlusconi è in crisi, eppure è ancora lì e riesce perfino ad allargare la sua maggioranza. Errori e omissioni del centrosinistra?
Rispondo guardando alla domanda che si è manifestata nella società. Quali sono stati i conflitti fondamentali che hanno messo in campo concretamente il tema della fuoriuscita dal berlusconismo? Il conflitto studentesco e giovanile, i ragazzi che si arrampicano sui tetti degli atenei, come a dire che hanno la necessità, a partire dall’istruzione e dalla formazione, di guadagnarsi il diritto a scrutare l’orizzonte del futuro: evidentemente bisogna andare sui tetti per vedere il futuro. E poi: la questione sociale che vive dentro a una miriade di conflitti aziendali e di fabbrica e che ha avuto il suo punto più forte e politicamente rilevante nel percorso che porta da Pomigliano a Mirafiori, dove si è incarnata nello stile e nel paradigma di Sergio Marchionne l’alternativa all’articolo 41 della Costituzione. È Marchionne in sé il nuovo precetto costituzionale della destra liberista.

Vuol dire che, sulla proposta di modifica dell’articolo 41 della Costituzione, prima di Berlusconi viene Marchionne?
Se uno dice che la responsabilità sociale dell’impresa e il rispetto della dignità delle persone sono un impaccio a vivere nell’economia della competizione globale, beh questo è esattamente quello che aveva detto Marchionne. Il terzo conflitto è quello agito dalle donne che disvelano la materialità dell’ideologia, cioè il bisogno di rompere l’egemonia culturale berlusconiana a partire dall’analisi e dalla denuncia di quel mix di sessismo e maschilismo che Berlusconi ha trasformato in una sorta di lingua ufficiale della sua destra ruspante.

Di fronte a tutti questi conflitti, il centrosinistra appare inadeguato. Sono tanti i commentatori che lo sottolineano, esaltando di contro le capacità di Vendola. E parlo di analisti non ascrivibili alla sinistra, per esempio Panebianco sul “Corsera”…
Trovo stupefacente la modalità liquidatoria con cui talvolta veniamo trattati da alcuni leader del Partito Democratico. Viceversa, da luoghi non sospettabili di empatia nei nostri confronti riceviamo un’attenzione analitica intelligente e rispettosa. Penso all’articolo di Ernesto Galli della Loggia, quando sostiene che la mia proposta politica sfugge alle coordinate dello storicismo provvidenzialistico e incrocia il tema della vita: da questo punto di vista, ci riconosce l’autenticità di una ricerca in mare aperto. L’altro è Angelo Panebianco, che considera quello che lui osserva come mix di orecchino e Carlo Marx, cioè l’insieme degli ingredienti che in qualche maniera costituiscono la forma della mia personalità pubblica, non come un rozzo eclettismo ma come uno sforzo di ricostruzione della sinistra nei tempi nuovi. Invece ci troviamo talvolta di fronte a nessuna interlocuzione perché si allestisce una campagna sul leader narcisista, sulle sue affabulazioni favolistiche, sulla sua ossessione per le primarie, sul fatto di essere solo un fenomeno mediatico: tutto questo è un modo di sottrarsi al confronto. Io ho posto una questione e non l’ho posta solo agli altri, ma a me, a tutti: il bisogno di costruire non solo unità, la più larga possibile, ma di produrre innovazione culturale e politica nel senso più forte e pregnante del termine. Le vecchie culture politiche della sinistra non possono ripresentarsi ciascuna come rendita di posizione in un conflitto permanente che è prevalentemente di tipo simbolico e ideologico: i riformisti e il riformismo, i radicali e il radicalismo, ognuno con il suo corredo di bandierine da sventolare. Ma è possibile, amici riformisti, che non ci sia nulla da riformare nel modello di mobilità legato al mito della velocità e dell’auto privata che inquina? E agli amici radicali: possibile che del vecchio welfare non ci sia nulla da mutare in relazione a come sta esplodendo nel mondo la questione del diritto al lavoro e del diritto al reddito per ognuno?

Quindi è questo il senso della frase pronunciata al Tendastrisce: «Sul liberismo non ci avrete mai»? Non è una formula che esclude compromessi con le altre culture del centrosinistra?
Io ho preso sul serio una proposta che mi è apparsa molto segnata dal politicismo, ma che è diventata prevalente nel centrosinistra, da D’Alema a Di Pietro passando per il manifesto. Vale a dire: la proposta della coalizione da Vendola a Fini, coalizione antiberlusconiana, dettata dalla crisi democratica. Io l’ho considerata una strategia velleitaria, se inquadrata in forma di proposta di legislatura, l’ho trovata tatticamente incauta, visto che ogni volta che veniva evocata si metteva in fibrillazione la pattuglia parlamentare di Futuro e libertà. Però poi mi sono assunto le mie responsabilità. Il centrosinistra è il mio luogo e se nel mio luogo tutti dicono “coalizione larga per l’emergenza democratica”, allora io li prendo sul serio e dico: se l’emergenza è democratica, allora indichiamo qual è il recinto dell’azione necessaria da svolgere per riportare l’Italia verso la normalità. E il recinto non può che essere segnato dal tema delle regole: legge elettorale, conflitto di interessi, pluralismo del sistema informativo. Altro non può entrare perché questa è l’emergenza democratica che può veder convergere forze naturalmente antitetiche. E se questo è il recinto, che c’entra un tecnocrate di profilo liberista a governare questa transizione? Ci vuole un politico e Rosi Bindi non solo ha il carisma democratico per guidare questa transizione, ma è anche una donna che ci ricorda che la crisi democratica è anche fatta della violenza istituzionale nei confronti della dignità delle donne. Dopodiché ognuno per la sua strada. Lo dico con un esempio greve e chiedo scusa, ma io e l’amico Andrea Ronchi che ci facciamo nello stesso governo? Lui è un privatizzatore e io sono un ripubblicizzatore dell’acqua: non c’è possibilità di convergere sulle idee di società, di beni comuni, sul modello economico e di sviluppo, sulle politiche sociali e del lavoro.

Un’affermazione che può essere rivolta anche a quella parte del Pd che ha costituito comitati a sostegno della privatizzazione delle risorse idriche…
Le primarie servono a discutere di queste cose in piazza con i cittadini perché formalmente il Pd ha raccolto le firme per l’acqua pubblica, non ha raccolto le firme per il referendum contro la privatizzazione. Andiamo a sentire il popolo nostro. Io sono convinto che sulla difesa dell’acqua pubblica e sull’idea che l’acqua non può essere merce tra le merci si guadagna non soltanto il consenso di tutta la sinistra, ma quello della stragrandissima maggioranza degli italiani. È una battaglia che rafforzerebbe il centrosinistra.

A questo proposito: crede che l’affermazione di Fassino a Torino abbia messo al sicuro le primarie come strumento di selezione di candidati e leader?
Ho sempre pensato che le primarie non fossero un fiocco di neve pronto a sciogliersi al primo raggio di sole. Coincidono con l’immagine del nuovo centrosinistra e sono elemento forte di fuoriuscita da quello che ha realizzato il berlusconismo e cioè una rivoluzione passiva, un modello di privatizzazione della politica. Le primarie sono una ripubblicizzazione della politica. Naturalmente non sono un processo compiuto, ma uno strumento, una leva.

Cosa pensa della proposta di Veltroni di istituirle per legge e per ogni partito?
Istituire le primarie per legge significa intervenire sul capitolo della riforma elettorale, che infatti è uno dei temi da affrontare. Bisogna discutere. Le primarie in un partito sono una modalità di selezione della rappresentanza. Il voto di preferenza è una modalità molto differente. Le primarie sono la selezione dentro una platea più ristretta, il voto di preferenza è la selezione in una platea tendenzialmente universalistica. Però discutiamo, nessun tabù. Purché questa discussione non venga fatta all’insegna della furbizia, della convenienza contingente o di come aggirare i problemi. Non viviamoci gli uni con gli altri come problemi ma come alleati, come arricchimento. Io non solo non ho mai inteso lanciare un’Opa sul Pd ma non so neanche cosa sia l’Italia se non guardo a soggetti politici organizzati e a un popolo sparso di centrosinistra nel cui cuore c’è il popolo democratico. E parlo con loro con spirito di sincerità e verità e con rispetto: lo stesso che mi piacerebbe riconoscere nell’atteggiamento dei miei interlocutori. Ma come? Per una manifestazione come quella di domenica 27 febbraio, l’unica reazione è quella affidata a un responsabile di settore che dice “non prendiamo lezioni sul fallimento del liberismo”?

Stefano Fassina, responsabile economico del Pd.
Sì, non si può discutere così. La sinistra europea, da Tony Blair all’Italia, dalla Spagna alla Grecia, non è stata forse segnata fortemente dall’egemonia liberista? Questa sinistra non ha scelto il culto delle privatizzazioni da un lato e la guerra dall’altro come strumenti di modernizzazione per poi accorgersi che la modernizzazione e la modernità sono nozioni che non sempre coincidono? Quello che sta accadendo nel Mediterraneo è uno schiaffo anche per la sinistra modello Tony Blair, per chi ha pensato che la democrazia e la libertà si potevano esportare non in tutti i luoghi dove venivano violate, ma comunque sempre con gli strumenti della guerra. Così si è prodotto il pantano dell’Afghanistan e dell’Iraq, mentre i popoli i cui dittatori erano amici e complici di tutto l’Occidente, senza bisogno di bombardieri umanitari, hanno schiuso un percorso straordinario, epocale di libertà. E qui non c’è una lezione per la sinistra europea?

Si possono conciliare giustizialismo e garantismo con Berlusconi ancora al potere?
Ogni volta che qualsivoglia potere assume un volto arbitrario e irresponsabile bisogna allarmarsi. Noi oggi dobbiamo liberarci da questa vera e propria malattia che è il nodo politica-giustizia in Italia. Berlusconi evoca problemi veri come quelli legati all’estenuante lentezza dei processi in maniera del tutto strumentale perché non li vuole velocizzare ma sciogliere con l’acido di una permanente delegittimazione. Il delitto principale di Berlusconi non è il “Rubygate”, della cui sostanza penale lui dovrà rispondere in un pubblico dibattimento dentro il processo, e sottrarsi a quel processo e al suo giudice è una violenza nei confronti della nostra idea di legalità e democrazia. Ma il suo delitto principale è aver condannato la generazione dei coetanei di Ruby a vivere il presente in assenza di memoria consapevole del passato e di visione serena del futuro. Il suo delitto principale è sociale, è il blocco e il regresso dell’Italia, la paralisi degli ascensori sociali, la fine del ceto medio, la lievitazione delle forme di povertà e soprattutto la patrimoniale sul lavoro dipendente, sui ceti medio-bassi, perché qualsiasi operaio a 1.200 euro al mese paga percentualmente il doppio delle tasse che paga Berlusconi che ha garantito a sé e al suo ceto una crescita esponenziale della ricchezza, sottraendola al mondo della produzione e del lavoro e trasformandola in finanza. E quando la finanza si autonomizza rispetto all’economia reale è inevitabile il cortocircuito in società.

E sono in cantiere altri “delitti”, come il decreto Romani che mette un tetto alla produzione di energia solare.
È assolutamente oscura la politica energetica di questo governo, anzi chiarissima. La ricetta è di non sottrarsi alla dipendenza da combustibili fossili e usare il tema del fabbisogno energetico per alimentare il più gigantesco circuito affaristico che si possa immaginare: quello legato all’energia nucleare. Il tutto in una realtà in cui anche le energie rinnovabili, che dovrebbero essere – insieme al risparmio energetico – la frontiera vera di un nuovo modello di sviluppo, sono state drogate da un ricorso assolutamente sproporzionato alla logica delle grosse imprese. Invece c’è un altro modello che io voglio promuovere, quello della “generazione diffusa di energia”, un modello fatto di pannelli fotovoltaici sul tetto di ogni casa, di una energia dolce e democratica, la stessa di cui ci parla Rifkin. Ma vedo che c’è pigrizia intorno a questi temi, anche da parte di una certa sinistra.

Tornando al nodo politica-giustizia, che ne pensa di ricette come il ritorno all’immunità parlamentare, fin qui proposte dall’Udc ma anche da singoli del Pd?
È difficile discutere ora di queste questioni. Il conflitto che Berlusconi ha attivato con il Parlamento, umiliandolo con la compravendita di deputati e senatori, il conflitto che ha aperto con la giustizia, ritenendosi sovrano premoderno non sottoponibile al controllo di legalità, credo abbiano avvelenato i pozzi e impedito una discussione sul merito delle questioni. Berlusconi è la pietra sepolcrale che ostruisce il cammino alla riflessione e a una riforma della giustizia. Il garantismo resta una delle bandiere più belle della sinistra, che pure si è lasciata tentare dal diavolo giustizialista, immaginando che ci potesse essere una riforma della società frutto della potenza delle inchieste giudiziarie. Nel frattempo, la destra si è impadronita di quelle bandiere, producendo però un garantismo peloso e oggi noi ci troviamo di fronte a una società ottocentesca anche dal punto di vista del formalismo giuridico: giustizialista con i giustiziati e garantista con gli iper-garantiti. Il fatto poi che nel dibattito su questi temi non si faccia il minimo accenno alle condizioni di 70mila detenuti nelle carceri è davvero segno di barbarie e assuefazione ad una situazione che ci è costata varie condanne dalla Corte di giustizia europea. Dunque, chiedermi dell’immunità parlamentare ora è come chiedermi che ne pensi dell’abuso delle intercettazioni: è una porcheria, ma è difficile aprire una battaglia perché quello che Berlusconi intende fare è sterilizzarne l’uso non l’abuso.

Tutti questi ragionamenti sbattono contro il rischio che non si torni a votare in primavera…
Non ho mai costruito la mia politica come se fosse chiromanzia. Dall’inizio ho sempre sostenuto che c’è una crisi organica e strutturale del centrodestra e una crisi di credibilità delle nostre classi dirigenti. Mi sono messo in gioco per far passare il messaggio che è necessario giocare una partita che non sia tutta chiusa nei palazzi, ma aperta nella società, nei movimenti, nelle “casematte”, come direbbe Gramsci. Una grande battaglia non legata ad un anti-berlusconismo vissuto come tirannicidio, ma come capacità di prefigurare una credibile e forte alternativa di governo. È questo che serve. Se si muove una battaglia tutta parlamentare scommettendo sulle defezioni dell’esercito opposto e poi questo non avviene, si corre il rischio che la propria gente venga presa dallo sconforto. Ecco perché è importante guardare alle vertenze dei movimenti, alle ansie e alle domande dei territori proprio perché per noi la politica non è un talk-show.

Al Tendastrisce ha detto che se dovesse ritirarsi, le cose che dice dovrebebro restare patrimonio collettivo. Non ha mica intenzione di uscire di scena?
L’ho detto perché non voglio essere visto come un esercizio autarchico con poteri divinatori, ma come una possibilità che si è determinata per sconfiggere il centrodestra e anche la cattiva politica del centrosinistra. Questo mi ha fatto diventare un leader, penso che così si possa costruire una cultura politica adeguata alle sfide del XXI secolo, senza recinti, steccati, ideologie paralizzanti, paraocchi.

venerdì 4 marzo 2011

ELIMINATI I CASSONETTI DELL'UMIDO

di Flavio Marcolini


Raccogliendo le proteste dei cittadini di Calcinato che da gennaio non disponevano più sul territorio del servizio dei cassonetti adibiti ala raccolta degli sfalci dell’erba e delle ramaglie di giardini e parchi, la lista di minoranza Calcinato Migliore ha presentato al sindaco Marika Legati una interrogazione a risposta scritta, che verrà discussa mercoledì 9 marzo in consiglio comunale alle ore 21.
“In riferimento alla decisione di questa Amministrazione di togliere i cassonetti per la raccolta del verde e dell’umido”, i consiglieri William Spassini, Ivan Bertoli, Gianluca Capra, Elena Ringhini, Fabio Quinzani, Flavio Vida e Antonio Guarisco Antonio “preso atto che parecchi cittadini, soprattutto i più anziani, trovano difficoltà a conferire il verde all’isola ecologica e che la situazione di disagio costringe i cittadini, a conferire il verde nei cassonetti dell’indifferenziato”, informano che “chi si reca all’isola ecologica per conferire l’umido si vede rifiutare il conferimento in quanto manca l’autorizzazione allo stoccaggio” e quindi chiedono al primo cittadino “di conoscere le motivazioni che hanno determinato la scelta di togliere i cassonetti e come l’amministrazione comunale intenda sopperire alla situazione anche nei confronti dei cittadini che differenziando i rifiuti non abbiano la possibilità di conferire il rifiuto all’isola ecologica”.
In una nota sul sito del Comune l’amministrazione replica già parzialmente all’iniziativa della minoranza comunicando alla cittadinanza che “dalla giornata del 3 marzo sono stati posizionati sul territorio del comune 13 cassoni per la raccolta del verde”. “Tali cassoni – si legge - sono riservati esclusivamente alla raccolta degli scarti derivati dal giardinaggio; per tutti gli scarti di tipo vegetale presso il centro di multiraccolta in località Baratello è stato posizionato il cassone per la raccolta del verde e degli scarti organici di tipo vegetale” E allegata c’è la mappa che i nuovi punti del territorio dove sono stati collocati i nuovi cassoni per la raccolta del verde

mercoledì 2 marzo 2011

CONSIGLIO COMUNALE IL 9 MARZO




di Flavio Marcolini

Il bilancio di previsione per l’anno in corso mercoledì 9 marzo approda in consiglio comunale a Calcinato. Sarà questo il piatto forte della seduta che si aprirà alle ore 20.45 in municipio. Fra gli altri argomenti posti all’ordine del giorno dal sindaco Marika Legati si segnalano la risposta a una interrogazione presentata dal gruppo di minoranza Calcinato Migliore sulla eliminazione dei cassonetti per la raccolta delle frazioni verdi e dei rifiuti umidi, la nomina di un nuovo componente della commissione per l’asilo nido Magica Bula di Ponte San Marco e l’esame di quattro provvedimenti urbanistici: il Piano attuativo Borgo Manega, il Piano di riconversione Vera a Ponte San Marco, il programma integrato di interventi del comparto Valentini in via Solferino e la variante al Prg per localizzazione del collegamento tra la provinciale Lenese e la strada Padana superiore.  

martedì 1 marzo 2011

BENIGNI E "FRATELLI D'ITALIA", DUBBI SU UNA LEZIONE DI STORIA




di Alberto Mario Banti il manifesto, 20.02.2011

Roberto Benigni a Sanremo: ma certo, quello che voleva bene a Berlinguer! Quello che - con gentile soavità - insieme a Troisi scherzava su Fratelli d'Italia ... Che trasformazione! Sorprendente! Eh sì, giacché giovedì 17 febbraio «sul palco dell'Ariston», come si dice in queste circostanze, non ha fatto solo l'esegesi dell'Inno di Mameli. Ha fatto di più. Ha fatto un'apologia appassionata dei valori politici e morali proposti dall'Inno. E - come ha detto qualcuno - ci ha anche impartito una lezione di storia. Una «memorabile» lezione di storia, se volessimo usare il lessico del comico.

Bene. E che cosa abbiamo imparato da questa lezione di storia? Che noi italiani e italiane del 2011 discendiamo addirittura dai Romani, i quali si sono distinti per aver posseduto un esercito bellissimo, che incuteva paura a tutti. Che discendiamo anche dai combattenti della Lega lombarda (1176); dai palermitani che si sono ribellati agli angioini nel Vespro del lunedì di Pasqua del 1282; da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; e da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci. Interessante. Da storico, francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt'altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell'Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l'infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po' che si va a scoprire in una sola serata televisiva.

Ma c'è dell'altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori - stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli. E anche questa è una nozione interessante, una di quelle che cancellano in un colpo solo i sentimenti di apertura all'Europa e al mondo che hanno positivamente caratterizzato l'azione politica degli ultimi quarant'anni.

Poi abbiamo anche capito che dobbiamo sentire un brivido di emozione speciale quando, passeggiando per il Louvre o per qualche altro museo straniero, ci troviamo di fronte a un quadro, che so, di Tiziano o di Tintoretto: e questo perché quelli sono pittori «italiani» e noi, in qualche modo, discendiamo da loro. Che strano: questa mi è sembrata una nozione veramente curiosa: io mi emoziono anche di fronte alle tele di altri, di Dürer, di Goya o di Manet, per dire: che sia irriducibilmente anti-patriottico?

E infine abbiamo capito qual è il valore fondamentale che ci rende italiani e italiane, e che ci deve far amare i combattenti del Risorgimento: la mistica del sacrificio eroico, la morte data ai nemici, la morte di se stessi sull'altare della madre-patria, la militarizzazione bellicista della politica.

Ecco. Da tempo sostengo che il recupero acritico del Risorgimento come mito fondativo della Repubblica italiana fa correre il rischio di rimettere in circuito valori pericolosi come sono quelli incorporati dal nazionalismo ottocentesco: l'idea della nazione come comunità di discendenza; una nazione che esiste se non ab aeterno, almeno dalla notte dei tempi; l'idea della guerra come valore fondamentale della maschilità patriottica; l'idea della comunità politica come sistema di differenze: «noi» siamo «noi» e siamo uniti, perché contrapposti a «quegli altri», gli stranieri, che sono diversi da noi, e per questo sono pericolosi per l'integrità della nostra comunità.

Ciascuna di queste idee messa nel circuito di una società com'è la nostra, attraversata da intensi processi migratori, può diventare veramente tossica: può indurre a pensare che difendere l'identità italiana implichi difendersi dagli «altri», che - in quanto diversi - sono anche pericolosi; può indurre a fantasticare di una speciale peculiarità, se non di una superiorità, della cultura italiana; invita ad avere una visione chiusa ed esclusiva della comunità politica alla quale apparteniamo; e soprattutto induce a valorizzare ideali bellici che, nel contesto attuale, mi sembrano quanto meno fuori luogo.

Ecco, con la performance di Benigni mi sembra che il rischio di una riattualizzazione del peggior nazionalismo stia diventando reale: tanto più in considerazione della reazione entusiastica che ha accolto l'esibizione del comico, quasi come se Benigni avesse detto cose che tutti avevano nel cuore da chissà quanto tempo. Ora se questi qualcuno sono i ministri La Russa o Meloni, la cosa non può sorprendere, venendo questi due politici da una militanza che ha sempre coltivato i valori nazionalisti. Ma quando a costoro si uniscono anche innumerevoli politici e commentatori di sinistra, molti dei quali anche ex comunisti, ebbene c'è da restare veramente stupefatti.

Verrebbe da chieder loro: ma che ne è stato dell'internazionalismo, del pacifismo, dell'europeismo, dell'apertura solidale che ha caratterizzato la migliore cultura democratica dei decenni passati? Perché non credo proprio che un simile bagaglio di valori sia conciliabile con queste forme di neo-nazionalismo. Con il suo lunghissimo monologo, infatti, Benigni - pur essendosi dichiarato contrario al nazionalismo - sembra in sostanza averci invitato a contrastare il nazionalismo padano rispolverando un nazionalismo italiano uguale a quello leghista nel sistema dei valori e contrario a quello solo per ciò che concerne l'area geopolitica di riferimento.

Beh, speriamo che il successo di Benigni sia il successo di una sera. Perché abbracciare la soluzione di un neo-nazionalismo italiano vorrebbe dire infilarsi dritti dritti nella più perniciosa delle culture politiche che hanno popolato la storia dell'Italia dal Risorgimento al fascismo.