venerdì 11 marzo 2011

PARLAMENTARI PEGGIO DELLE ESCORT





da L'Espresso

Silvia Cerami intervista Margherita Hack

«Le vere puttane sono quei parlamentari che si vendono passando dall'opposizione al servizio del premier. Anche loro vendono le loro prestazioni». Margherita Hack spiega le ragioni per cui «bisognerebbe bloccare le Camere finché Berlusconi non si dimette»

La prima donna a dirigere un osservatorio astronomico in Italia, è considerata una delle menti più brillanti della comunità scientifica e non solo quella italiana. A giugno compirà 89 anni, ma Margherita Hack è tutt'altro che una stanca pensionata: le sue battaglie politiche vanno dai diritti degli omosessuali alla protesta contro i tagli alla ricerca scientifica. Ma è contro Silvio Berlusconi che negli ultimi tempi la Hack si sta spendendo sempre di più, fino all'adesione all'appello di Micromega «per un blocco sistematico e permanente del Parlamento fino alle dimissioni del presidente del Consiglio».

Una soluzione estrema, certo, ma anche «l'unica possibile», secondo la Hack, «in un Paese che oramai è il più grande esempio di pubblica prostituzione» e in cui chi si indigna di fronte al comportamento di Berlusconi e al suo volere a tutti i costi continuare a governare è percepito come un moralista e un puritano. Proprio lei, che ha fatto del suo impegno politico la bandiera di un pensiero scientifico profondo, ma calato nella realtà, non ha dubbi: «Non si tratta di moralismo o puritanesimo. La vergogna è di regalare posti in Parlamento, al governo, nella Pubblica amministrazione a giovani donne, non in virtù delle loro competenze, ma solo per le loro grazie fisiche, calpestando la dignità di coloro che si fanno strada con la fatica, il lavoro, lo studio»

Donne diverse da lei, simbolo di chi ha costruito la propria identità nel segno del sapere e della ricerca scientifica, puntando tutto sulla valorizzazione dell'impegno intellettuale e sociale, ed è per questo che la Hack attacca: «Trovo vergognoso che un capo di governo che dovrebbe preoccuparsi in primo luogo delle necessità del Paese si sollazzi corrompendo povere ragazze di scarsa cultura e pochi soldi e dando un pessimo esempio a tutti i ragazzi».

Ma la "pubblica prostituzione"creata da Berlusconi, per la professoressa Hack, non riguarda solo le papi girls: «Le vere puttane sono quei parlamentari che si vendono passando dall'opposizione al servizio del premier, deputati escort che vendono le loro prestazioni».

Eppure, nota la laica Hack, la Chiesta Cattolica «ha avuto una reazione verso i comportamenti del premier non solo blanda , ma praticamente inesistente, o almeno io non mi sono accorta che ci sia stata».

E di fronte a questo Paese in vendita non resta che mobilitarsi, perché se la manifestazione delle donne del 13 febbraio "Se non ora quando?"è stata un primo passo per dimostrare lo sdegno, «si dovrebbe unire quello di tutta la nazione, pretendendo elezioni subito, ma con una legge elettorale che non sia la porcata di Calderoli»
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giovedì 10 marzo 2011

RESOCONTO DELLA COMMISSIONE SICUREZZA




di Igor Metelli

La riunione della commissione sicurezza che si è tenuta oggi presso la Sede Municipale ha avuto ad oggetto le seguenti tematiche: resoconto dell'attività di servizio anno 2010 di Carabinieri e Polizia Locale, Videosorveglianza , nuovo progetto di pattugliamento serale della Polizia Locale, installazione di speed-check e situazione di via Carlo Alberto.
In particolare, è stata illustrata da parte del comandante di Polizia Locale l'attività di servizio svolta sul territorio, citando il numero di verbali effettuati (in diminuzione rispetto al 2009) e gli interventi richiesti dalla cittadinanza. Ad oggi, il corpo di Polizia Locale conta 9 agenti effettivi ed è prevista l'assunzione di n. 2 agenti a tempo determinato per 6 mesi con la possibilità di proroga a tempo determinato per uno dei due agenti per i prossimi 3 anni. E' stato poi illustrato un ipotesi di progetto per la creazione di pattuglie serali/notturne (23.00 - 06.00) formate da 3 agenti di Polizia Locale con la finalità di maggior controllo del territorio.
Su dati forniti dai Carabinieri, è stata illustrata l'attività svolta dalla stazione di Calcinato e, rispetto all'anno 2009, si è notata una tendenziale diminuzione dei reati accertati nel 2010 sul territorio comunale con l'eccezione dei primi mesi dell'anno. E' stato specificato, inoltre, l'esito negativo rispetto alla presenza di sostanze stupefacenti nell'area della scuola media a seguito dell'operazione antidroga svolta nei mesi scorsi dall'Arma.
In materia di videosorveglianza si è confermata l'installazione di n. 6 telecamere (installazione che sarà realizzata nelle prossime settimane) nell'area del palazzetto dello sport (2 telecamere) e dei cimiteri di Calcinato (2 telecamere) e Calcinatello (2 telecamere). Come confermato dalle forze di Polizia, le telecamere presenti sul territorio comunale hanno permesso di individuare determinate "movimentazioni" che hanno portato poi, attraverso ulteriori indagini, all' individuazione di notizie di reato, sottolineando quindi l'importanza dell'utilizzo di tale tecnologia nel supporto all'attività delle forze di Polizia.
Sempre nelle prossime settimane saranno installati sul territorio comunale n. 12 contenitori per autovelox "speed-check" bidirezionali dove, a rotazione, sarà posizionato l'autovelox per il controllo della velocità. Nel luogo in cui, di volta in volta, verrà posizionato l'autovelox sarà comunque sempre presente nelle vicinanze, ma in questo caso anche non visibile, una pattuglia di Polizia Locale. Le aree interessate dall'installazione dei contenitori saranno: Via Rovadino, Via D. Abruzzi, Via Roma, P.zza Aldo Moro, Via Arnaldo, Via Broli, Via S. Maria. Nel futuro sono comunque previste ulteriori installazioni di "speed-check" anche in altre vie considerate "a rischio".
Per quanto riguarda la situazione di via C. Alberto, infine, si è dato conto del provvedimento relativo all'orario di chiusura, che ha riguardato però solamente l'attività della pizzeria ma non l'attività della discoteca per la quale invece si è concordato con i gestori una modifica del programma serale che sembrerebbe aver portato un leggero miglioramento.

mercoledì 9 marzo 2011

PARLIAMO DI P G T




La regione Lombardia non solo perdona, non sanzionandoli, i comuni inadempienti in riferimento alla Legge Urbanistica regionale, ma con un provvedimento che reitera quanto già fatto nel 2009, proroga di un ulteriore anno la consegna del PGT, Piano di Governo del Territorio.
A Calcinato ne abbiamo sentite (e viste) di tutti i colori, dal 2006. E da anni la stessa litania dell'adozione in consiglio comunale a marzo...anzi no, a giugno...beh, oramai a settembre...sicuramente prima di natale..e così via.
Non ci abbiamo mai creduto, ben sapendo delle difficoltà in cui estensori ed amministrazioni navigano ed hanno navigato; i documenti parzialmente pubblicizzati ed i repentini cambi di rotta ne sono stati il manifesto.
Il PGT ancora non c'è e non si è visto.

In realtà mai nessuno ha cercato di comprendere lo stravolgimento ontologico,normativo,amministrativo e sociale di cui è portatore il nuovo processo di piano; nessuno ha mai parlato delle regole, delle logiche e delle necessità della città pubblica, dei percorsi, del verde, dell'ambiente, dei servizi e del bene comune; solo le solite chiacchere (e difficoltà) relative l'inseririmento di aree fabbricabili, che oramai, non sono neanche più economicamente interessanti.

A Lonato il PGT è vigente dalla fine del 2009; a Moniga, pochi giorni fa, si è votato un PGT a crescita sostanzialmente zero; Bedizzole, Mazzano, Rezzato... un PGT ce l'hanno. Noi no; ancora il vecchio PRG del 2004, tanto martellato dalla destra al potere, quanto eseguito leziosamente ed applicato / ampliato a suon di varianti incrementali ex LR 23/97.

Di questo e di molto altro Linea Indipendente discuterà venerdì 11 marzo, dalle 20.30, presso la sala civica di Calcinatello. Parleremo di strategia di pianificazione, di crescita / sviluppo, di documento di piano e dello scenario del paese che vogliamo.


lunedì 7 marzo 2011

CARO PIDDI'..PERCHE' HAI PAURA DI ME?




intervista a Nichi Vendola, di Angela Mauro

Prendi la Palmiro Togliatti dalla via Prenestina e ti blocchi. È domenica mattina, un grumo di auto ingolfa l’arteria a est di Roma. E pensi che anche questa volta il fenomeno Vendola ha fatto centro: la manifestazione “Cambia l’Italia” al teatro di zona, il Tendastrisce, richiama gente come mosche. Qualche metro più avanti ti devi ricredere, perché il fiume di persone si dimena in realtà verso il solito mercatino domenicale allestito in uno dei piazzali tra nastri d’asfalto di periferia e campagna. Ok, previsione troppo affrettata, evidentemente. Poi però ci arrivi, al Tendastrisce. Nichi Vendola sta parlando di Libia e nel teatro si entra a fatica. Sì, ha fatto centro.

In molti hanno scritto che la manifestazione al Tendastrisce è stata una iniziativa autonoma per lanciare il cantiere del centrosinistra. È così?
C’è una prima doverosa considerazione sulla composizione di quella platea. Non so quale partito oggi in Italia, privo di qualunque mezzo economico e senza rappresentanza parlamentare, possa essere in grado, con una specie di tam tam, di organizzare un evento così straordinario per composizione, qualità e quantità della platea. È come se tutti i popoli della sinistra, più un pezzo di mondo popolare, più una presenza vivacissima di giovani generazioni, abbiano plasticamente rappresentato quale sia la domanda di cambiamento nel paese. Mi pare un ottimo punto di partenza.

Berlusconi è in crisi, eppure è ancora lì e riesce perfino ad allargare la sua maggioranza. Errori e omissioni del centrosinistra?
Rispondo guardando alla domanda che si è manifestata nella società. Quali sono stati i conflitti fondamentali che hanno messo in campo concretamente il tema della fuoriuscita dal berlusconismo? Il conflitto studentesco e giovanile, i ragazzi che si arrampicano sui tetti degli atenei, come a dire che hanno la necessità, a partire dall’istruzione e dalla formazione, di guadagnarsi il diritto a scrutare l’orizzonte del futuro: evidentemente bisogna andare sui tetti per vedere il futuro. E poi: la questione sociale che vive dentro a una miriade di conflitti aziendali e di fabbrica e che ha avuto il suo punto più forte e politicamente rilevante nel percorso che porta da Pomigliano a Mirafiori, dove si è incarnata nello stile e nel paradigma di Sergio Marchionne l’alternativa all’articolo 41 della Costituzione. È Marchionne in sé il nuovo precetto costituzionale della destra liberista.

Vuol dire che, sulla proposta di modifica dell’articolo 41 della Costituzione, prima di Berlusconi viene Marchionne?
Se uno dice che la responsabilità sociale dell’impresa e il rispetto della dignità delle persone sono un impaccio a vivere nell’economia della competizione globale, beh questo è esattamente quello che aveva detto Marchionne. Il terzo conflitto è quello agito dalle donne che disvelano la materialità dell’ideologia, cioè il bisogno di rompere l’egemonia culturale berlusconiana a partire dall’analisi e dalla denuncia di quel mix di sessismo e maschilismo che Berlusconi ha trasformato in una sorta di lingua ufficiale della sua destra ruspante.

Di fronte a tutti questi conflitti, il centrosinistra appare inadeguato. Sono tanti i commentatori che lo sottolineano, esaltando di contro le capacità di Vendola. E parlo di analisti non ascrivibili alla sinistra, per esempio Panebianco sul “Corsera”…
Trovo stupefacente la modalità liquidatoria con cui talvolta veniamo trattati da alcuni leader del Partito Democratico. Viceversa, da luoghi non sospettabili di empatia nei nostri confronti riceviamo un’attenzione analitica intelligente e rispettosa. Penso all’articolo di Ernesto Galli della Loggia, quando sostiene che la mia proposta politica sfugge alle coordinate dello storicismo provvidenzialistico e incrocia il tema della vita: da questo punto di vista, ci riconosce l’autenticità di una ricerca in mare aperto. L’altro è Angelo Panebianco, che considera quello che lui osserva come mix di orecchino e Carlo Marx, cioè l’insieme degli ingredienti che in qualche maniera costituiscono la forma della mia personalità pubblica, non come un rozzo eclettismo ma come uno sforzo di ricostruzione della sinistra nei tempi nuovi. Invece ci troviamo talvolta di fronte a nessuna interlocuzione perché si allestisce una campagna sul leader narcisista, sulle sue affabulazioni favolistiche, sulla sua ossessione per le primarie, sul fatto di essere solo un fenomeno mediatico: tutto questo è un modo di sottrarsi al confronto. Io ho posto una questione e non l’ho posta solo agli altri, ma a me, a tutti: il bisogno di costruire non solo unità, la più larga possibile, ma di produrre innovazione culturale e politica nel senso più forte e pregnante del termine. Le vecchie culture politiche della sinistra non possono ripresentarsi ciascuna come rendita di posizione in un conflitto permanente che è prevalentemente di tipo simbolico e ideologico: i riformisti e il riformismo, i radicali e il radicalismo, ognuno con il suo corredo di bandierine da sventolare. Ma è possibile, amici riformisti, che non ci sia nulla da riformare nel modello di mobilità legato al mito della velocità e dell’auto privata che inquina? E agli amici radicali: possibile che del vecchio welfare non ci sia nulla da mutare in relazione a come sta esplodendo nel mondo la questione del diritto al lavoro e del diritto al reddito per ognuno?

Quindi è questo il senso della frase pronunciata al Tendastrisce: «Sul liberismo non ci avrete mai»? Non è una formula che esclude compromessi con le altre culture del centrosinistra?
Io ho preso sul serio una proposta che mi è apparsa molto segnata dal politicismo, ma che è diventata prevalente nel centrosinistra, da D’Alema a Di Pietro passando per il manifesto. Vale a dire: la proposta della coalizione da Vendola a Fini, coalizione antiberlusconiana, dettata dalla crisi democratica. Io l’ho considerata una strategia velleitaria, se inquadrata in forma di proposta di legislatura, l’ho trovata tatticamente incauta, visto che ogni volta che veniva evocata si metteva in fibrillazione la pattuglia parlamentare di Futuro e libertà. Però poi mi sono assunto le mie responsabilità. Il centrosinistra è il mio luogo e se nel mio luogo tutti dicono “coalizione larga per l’emergenza democratica”, allora io li prendo sul serio e dico: se l’emergenza è democratica, allora indichiamo qual è il recinto dell’azione necessaria da svolgere per riportare l’Italia verso la normalità. E il recinto non può che essere segnato dal tema delle regole: legge elettorale, conflitto di interessi, pluralismo del sistema informativo. Altro non può entrare perché questa è l’emergenza democratica che può veder convergere forze naturalmente antitetiche. E se questo è il recinto, che c’entra un tecnocrate di profilo liberista a governare questa transizione? Ci vuole un politico e Rosi Bindi non solo ha il carisma democratico per guidare questa transizione, ma è anche una donna che ci ricorda che la crisi democratica è anche fatta della violenza istituzionale nei confronti della dignità delle donne. Dopodiché ognuno per la sua strada. Lo dico con un esempio greve e chiedo scusa, ma io e l’amico Andrea Ronchi che ci facciamo nello stesso governo? Lui è un privatizzatore e io sono un ripubblicizzatore dell’acqua: non c’è possibilità di convergere sulle idee di società, di beni comuni, sul modello economico e di sviluppo, sulle politiche sociali e del lavoro.

Un’affermazione che può essere rivolta anche a quella parte del Pd che ha costituito comitati a sostegno della privatizzazione delle risorse idriche…
Le primarie servono a discutere di queste cose in piazza con i cittadini perché formalmente il Pd ha raccolto le firme per l’acqua pubblica, non ha raccolto le firme per il referendum contro la privatizzazione. Andiamo a sentire il popolo nostro. Io sono convinto che sulla difesa dell’acqua pubblica e sull’idea che l’acqua non può essere merce tra le merci si guadagna non soltanto il consenso di tutta la sinistra, ma quello della stragrandissima maggioranza degli italiani. È una battaglia che rafforzerebbe il centrosinistra.

A questo proposito: crede che l’affermazione di Fassino a Torino abbia messo al sicuro le primarie come strumento di selezione di candidati e leader?
Ho sempre pensato che le primarie non fossero un fiocco di neve pronto a sciogliersi al primo raggio di sole. Coincidono con l’immagine del nuovo centrosinistra e sono elemento forte di fuoriuscita da quello che ha realizzato il berlusconismo e cioè una rivoluzione passiva, un modello di privatizzazione della politica. Le primarie sono una ripubblicizzazione della politica. Naturalmente non sono un processo compiuto, ma uno strumento, una leva.

Cosa pensa della proposta di Veltroni di istituirle per legge e per ogni partito?
Istituire le primarie per legge significa intervenire sul capitolo della riforma elettorale, che infatti è uno dei temi da affrontare. Bisogna discutere. Le primarie in un partito sono una modalità di selezione della rappresentanza. Il voto di preferenza è una modalità molto differente. Le primarie sono la selezione dentro una platea più ristretta, il voto di preferenza è la selezione in una platea tendenzialmente universalistica. Però discutiamo, nessun tabù. Purché questa discussione non venga fatta all’insegna della furbizia, della convenienza contingente o di come aggirare i problemi. Non viviamoci gli uni con gli altri come problemi ma come alleati, come arricchimento. Io non solo non ho mai inteso lanciare un’Opa sul Pd ma non so neanche cosa sia l’Italia se non guardo a soggetti politici organizzati e a un popolo sparso di centrosinistra nel cui cuore c’è il popolo democratico. E parlo con loro con spirito di sincerità e verità e con rispetto: lo stesso che mi piacerebbe riconoscere nell’atteggiamento dei miei interlocutori. Ma come? Per una manifestazione come quella di domenica 27 febbraio, l’unica reazione è quella affidata a un responsabile di settore che dice “non prendiamo lezioni sul fallimento del liberismo”?

Stefano Fassina, responsabile economico del Pd.
Sì, non si può discutere così. La sinistra europea, da Tony Blair all’Italia, dalla Spagna alla Grecia, non è stata forse segnata fortemente dall’egemonia liberista? Questa sinistra non ha scelto il culto delle privatizzazioni da un lato e la guerra dall’altro come strumenti di modernizzazione per poi accorgersi che la modernizzazione e la modernità sono nozioni che non sempre coincidono? Quello che sta accadendo nel Mediterraneo è uno schiaffo anche per la sinistra modello Tony Blair, per chi ha pensato che la democrazia e la libertà si potevano esportare non in tutti i luoghi dove venivano violate, ma comunque sempre con gli strumenti della guerra. Così si è prodotto il pantano dell’Afghanistan e dell’Iraq, mentre i popoli i cui dittatori erano amici e complici di tutto l’Occidente, senza bisogno di bombardieri umanitari, hanno schiuso un percorso straordinario, epocale di libertà. E qui non c’è una lezione per la sinistra europea?

Si possono conciliare giustizialismo e garantismo con Berlusconi ancora al potere?
Ogni volta che qualsivoglia potere assume un volto arbitrario e irresponsabile bisogna allarmarsi. Noi oggi dobbiamo liberarci da questa vera e propria malattia che è il nodo politica-giustizia in Italia. Berlusconi evoca problemi veri come quelli legati all’estenuante lentezza dei processi in maniera del tutto strumentale perché non li vuole velocizzare ma sciogliere con l’acido di una permanente delegittimazione. Il delitto principale di Berlusconi non è il “Rubygate”, della cui sostanza penale lui dovrà rispondere in un pubblico dibattimento dentro il processo, e sottrarsi a quel processo e al suo giudice è una violenza nei confronti della nostra idea di legalità e democrazia. Ma il suo delitto principale è aver condannato la generazione dei coetanei di Ruby a vivere il presente in assenza di memoria consapevole del passato e di visione serena del futuro. Il suo delitto principale è sociale, è il blocco e il regresso dell’Italia, la paralisi degli ascensori sociali, la fine del ceto medio, la lievitazione delle forme di povertà e soprattutto la patrimoniale sul lavoro dipendente, sui ceti medio-bassi, perché qualsiasi operaio a 1.200 euro al mese paga percentualmente il doppio delle tasse che paga Berlusconi che ha garantito a sé e al suo ceto una crescita esponenziale della ricchezza, sottraendola al mondo della produzione e del lavoro e trasformandola in finanza. E quando la finanza si autonomizza rispetto all’economia reale è inevitabile il cortocircuito in società.

E sono in cantiere altri “delitti”, come il decreto Romani che mette un tetto alla produzione di energia solare.
È assolutamente oscura la politica energetica di questo governo, anzi chiarissima. La ricetta è di non sottrarsi alla dipendenza da combustibili fossili e usare il tema del fabbisogno energetico per alimentare il più gigantesco circuito affaristico che si possa immaginare: quello legato all’energia nucleare. Il tutto in una realtà in cui anche le energie rinnovabili, che dovrebbero essere – insieme al risparmio energetico – la frontiera vera di un nuovo modello di sviluppo, sono state drogate da un ricorso assolutamente sproporzionato alla logica delle grosse imprese. Invece c’è un altro modello che io voglio promuovere, quello della “generazione diffusa di energia”, un modello fatto di pannelli fotovoltaici sul tetto di ogni casa, di una energia dolce e democratica, la stessa di cui ci parla Rifkin. Ma vedo che c’è pigrizia intorno a questi temi, anche da parte di una certa sinistra.

Tornando al nodo politica-giustizia, che ne pensa di ricette come il ritorno all’immunità parlamentare, fin qui proposte dall’Udc ma anche da singoli del Pd?
È difficile discutere ora di queste questioni. Il conflitto che Berlusconi ha attivato con il Parlamento, umiliandolo con la compravendita di deputati e senatori, il conflitto che ha aperto con la giustizia, ritenendosi sovrano premoderno non sottoponibile al controllo di legalità, credo abbiano avvelenato i pozzi e impedito una discussione sul merito delle questioni. Berlusconi è la pietra sepolcrale che ostruisce il cammino alla riflessione e a una riforma della giustizia. Il garantismo resta una delle bandiere più belle della sinistra, che pure si è lasciata tentare dal diavolo giustizialista, immaginando che ci potesse essere una riforma della società frutto della potenza delle inchieste giudiziarie. Nel frattempo, la destra si è impadronita di quelle bandiere, producendo però un garantismo peloso e oggi noi ci troviamo di fronte a una società ottocentesca anche dal punto di vista del formalismo giuridico: giustizialista con i giustiziati e garantista con gli iper-garantiti. Il fatto poi che nel dibattito su questi temi non si faccia il minimo accenno alle condizioni di 70mila detenuti nelle carceri è davvero segno di barbarie e assuefazione ad una situazione che ci è costata varie condanne dalla Corte di giustizia europea. Dunque, chiedermi dell’immunità parlamentare ora è come chiedermi che ne pensi dell’abuso delle intercettazioni: è una porcheria, ma è difficile aprire una battaglia perché quello che Berlusconi intende fare è sterilizzarne l’uso non l’abuso.

Tutti questi ragionamenti sbattono contro il rischio che non si torni a votare in primavera…
Non ho mai costruito la mia politica come se fosse chiromanzia. Dall’inizio ho sempre sostenuto che c’è una crisi organica e strutturale del centrodestra e una crisi di credibilità delle nostre classi dirigenti. Mi sono messo in gioco per far passare il messaggio che è necessario giocare una partita che non sia tutta chiusa nei palazzi, ma aperta nella società, nei movimenti, nelle “casematte”, come direbbe Gramsci. Una grande battaglia non legata ad un anti-berlusconismo vissuto come tirannicidio, ma come capacità di prefigurare una credibile e forte alternativa di governo. È questo che serve. Se si muove una battaglia tutta parlamentare scommettendo sulle defezioni dell’esercito opposto e poi questo non avviene, si corre il rischio che la propria gente venga presa dallo sconforto. Ecco perché è importante guardare alle vertenze dei movimenti, alle ansie e alle domande dei territori proprio perché per noi la politica non è un talk-show.

Al Tendastrisce ha detto che se dovesse ritirarsi, le cose che dice dovrebebro restare patrimonio collettivo. Non ha mica intenzione di uscire di scena?
L’ho detto perché non voglio essere visto come un esercizio autarchico con poteri divinatori, ma come una possibilità che si è determinata per sconfiggere il centrodestra e anche la cattiva politica del centrosinistra. Questo mi ha fatto diventare un leader, penso che così si possa costruire una cultura politica adeguata alle sfide del XXI secolo, senza recinti, steccati, ideologie paralizzanti, paraocchi.

venerdì 4 marzo 2011

ELIMINATI I CASSONETTI DELL'UMIDO

di Flavio Marcolini


Raccogliendo le proteste dei cittadini di Calcinato che da gennaio non disponevano più sul territorio del servizio dei cassonetti adibiti ala raccolta degli sfalci dell’erba e delle ramaglie di giardini e parchi, la lista di minoranza Calcinato Migliore ha presentato al sindaco Marika Legati una interrogazione a risposta scritta, che verrà discussa mercoledì 9 marzo in consiglio comunale alle ore 21.
“In riferimento alla decisione di questa Amministrazione di togliere i cassonetti per la raccolta del verde e dell’umido”, i consiglieri William Spassini, Ivan Bertoli, Gianluca Capra, Elena Ringhini, Fabio Quinzani, Flavio Vida e Antonio Guarisco Antonio “preso atto che parecchi cittadini, soprattutto i più anziani, trovano difficoltà a conferire il verde all’isola ecologica e che la situazione di disagio costringe i cittadini, a conferire il verde nei cassonetti dell’indifferenziato”, informano che “chi si reca all’isola ecologica per conferire l’umido si vede rifiutare il conferimento in quanto manca l’autorizzazione allo stoccaggio” e quindi chiedono al primo cittadino “di conoscere le motivazioni che hanno determinato la scelta di togliere i cassonetti e come l’amministrazione comunale intenda sopperire alla situazione anche nei confronti dei cittadini che differenziando i rifiuti non abbiano la possibilità di conferire il rifiuto all’isola ecologica”.
In una nota sul sito del Comune l’amministrazione replica già parzialmente all’iniziativa della minoranza comunicando alla cittadinanza che “dalla giornata del 3 marzo sono stati posizionati sul territorio del comune 13 cassoni per la raccolta del verde”. “Tali cassoni – si legge - sono riservati esclusivamente alla raccolta degli scarti derivati dal giardinaggio; per tutti gli scarti di tipo vegetale presso il centro di multiraccolta in località Baratello è stato posizionato il cassone per la raccolta del verde e degli scarti organici di tipo vegetale” E allegata c’è la mappa che i nuovi punti del territorio dove sono stati collocati i nuovi cassoni per la raccolta del verde

mercoledì 2 marzo 2011

CONSIGLIO COMUNALE IL 9 MARZO




di Flavio Marcolini

Il bilancio di previsione per l’anno in corso mercoledì 9 marzo approda in consiglio comunale a Calcinato. Sarà questo il piatto forte della seduta che si aprirà alle ore 20.45 in municipio. Fra gli altri argomenti posti all’ordine del giorno dal sindaco Marika Legati si segnalano la risposta a una interrogazione presentata dal gruppo di minoranza Calcinato Migliore sulla eliminazione dei cassonetti per la raccolta delle frazioni verdi e dei rifiuti umidi, la nomina di un nuovo componente della commissione per l’asilo nido Magica Bula di Ponte San Marco e l’esame di quattro provvedimenti urbanistici: il Piano attuativo Borgo Manega, il Piano di riconversione Vera a Ponte San Marco, il programma integrato di interventi del comparto Valentini in via Solferino e la variante al Prg per localizzazione del collegamento tra la provinciale Lenese e la strada Padana superiore.  

martedì 1 marzo 2011

BENIGNI E "FRATELLI D'ITALIA", DUBBI SU UNA LEZIONE DI STORIA




di Alberto Mario Banti il manifesto, 20.02.2011

Roberto Benigni a Sanremo: ma certo, quello che voleva bene a Berlinguer! Quello che - con gentile soavità - insieme a Troisi scherzava su Fratelli d'Italia ... Che trasformazione! Sorprendente! Eh sì, giacché giovedì 17 febbraio «sul palco dell'Ariston», come si dice in queste circostanze, non ha fatto solo l'esegesi dell'Inno di Mameli. Ha fatto di più. Ha fatto un'apologia appassionata dei valori politici e morali proposti dall'Inno. E - come ha detto qualcuno - ci ha anche impartito una lezione di storia. Una «memorabile» lezione di storia, se volessimo usare il lessico del comico.

Bene. E che cosa abbiamo imparato da questa lezione di storia? Che noi italiani e italiane del 2011 discendiamo addirittura dai Romani, i quali si sono distinti per aver posseduto un esercito bellissimo, che incuteva paura a tutti. Che discendiamo anche dai combattenti della Lega lombarda (1176); dai palermitani che si sono ribellati agli angioini nel Vespro del lunedì di Pasqua del 1282; da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; e da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci. Interessante. Da storico, francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt'altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell'Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l'infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po' che si va a scoprire in una sola serata televisiva.

Ma c'è dell'altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori - stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli. E anche questa è una nozione interessante, una di quelle che cancellano in un colpo solo i sentimenti di apertura all'Europa e al mondo che hanno positivamente caratterizzato l'azione politica degli ultimi quarant'anni.

Poi abbiamo anche capito che dobbiamo sentire un brivido di emozione speciale quando, passeggiando per il Louvre o per qualche altro museo straniero, ci troviamo di fronte a un quadro, che so, di Tiziano o di Tintoretto: e questo perché quelli sono pittori «italiani» e noi, in qualche modo, discendiamo da loro. Che strano: questa mi è sembrata una nozione veramente curiosa: io mi emoziono anche di fronte alle tele di altri, di Dürer, di Goya o di Manet, per dire: che sia irriducibilmente anti-patriottico?

E infine abbiamo capito qual è il valore fondamentale che ci rende italiani e italiane, e che ci deve far amare i combattenti del Risorgimento: la mistica del sacrificio eroico, la morte data ai nemici, la morte di se stessi sull'altare della madre-patria, la militarizzazione bellicista della politica.

Ecco. Da tempo sostengo che il recupero acritico del Risorgimento come mito fondativo della Repubblica italiana fa correre il rischio di rimettere in circuito valori pericolosi come sono quelli incorporati dal nazionalismo ottocentesco: l'idea della nazione come comunità di discendenza; una nazione che esiste se non ab aeterno, almeno dalla notte dei tempi; l'idea della guerra come valore fondamentale della maschilità patriottica; l'idea della comunità politica come sistema di differenze: «noi» siamo «noi» e siamo uniti, perché contrapposti a «quegli altri», gli stranieri, che sono diversi da noi, e per questo sono pericolosi per l'integrità della nostra comunità.

Ciascuna di queste idee messa nel circuito di una società com'è la nostra, attraversata da intensi processi migratori, può diventare veramente tossica: può indurre a pensare che difendere l'identità italiana implichi difendersi dagli «altri», che - in quanto diversi - sono anche pericolosi; può indurre a fantasticare di una speciale peculiarità, se non di una superiorità, della cultura italiana; invita ad avere una visione chiusa ed esclusiva della comunità politica alla quale apparteniamo; e soprattutto induce a valorizzare ideali bellici che, nel contesto attuale, mi sembrano quanto meno fuori luogo.

Ecco, con la performance di Benigni mi sembra che il rischio di una riattualizzazione del peggior nazionalismo stia diventando reale: tanto più in considerazione della reazione entusiastica che ha accolto l'esibizione del comico, quasi come se Benigni avesse detto cose che tutti avevano nel cuore da chissà quanto tempo. Ora se questi qualcuno sono i ministri La Russa o Meloni, la cosa non può sorprendere, venendo questi due politici da una militanza che ha sempre coltivato i valori nazionalisti. Ma quando a costoro si uniscono anche innumerevoli politici e commentatori di sinistra, molti dei quali anche ex comunisti, ebbene c'è da restare veramente stupefatti.

Verrebbe da chieder loro: ma che ne è stato dell'internazionalismo, del pacifismo, dell'europeismo, dell'apertura solidale che ha caratterizzato la migliore cultura democratica dei decenni passati? Perché non credo proprio che un simile bagaglio di valori sia conciliabile con queste forme di neo-nazionalismo. Con il suo lunghissimo monologo, infatti, Benigni - pur essendosi dichiarato contrario al nazionalismo - sembra in sostanza averci invitato a contrastare il nazionalismo padano rispolverando un nazionalismo italiano uguale a quello leghista nel sistema dei valori e contrario a quello solo per ciò che concerne l'area geopolitica di riferimento.

Beh, speriamo che il successo di Benigni sia il successo di una sera. Perché abbracciare la soluzione di un neo-nazionalismo italiano vorrebbe dire infilarsi dritti dritti nella più perniciosa delle culture politiche che hanno popolato la storia dell'Italia dal Risorgimento al fascismo.

venerdì 18 febbraio 2011

LA LOTTA PER I DIRITTI DEI MIGRANTI NON SI FERMA




Sabato 19 febbraio presidio p.za Rovetta a Brescia  
La lotta per i diritti dei migranti non si ferma.

La determinazione dei migranti che per due mesi hanno lottato, prima con il presidio in via Lupi di Toscana e poi con l’occupazione della gru, ha aperto una breccia nel muro dell’esclusione, dell’ipocrisia, della segregazione costruito da molte istituzioni locali e nazionali. Il grande impatto politico e sociale di quella lotta ha avuto come primo risultato una serie pronunciamenti del Consiglio di Stato a favore dei ricorsi presentati dai migranti che si erano visti rigettare la domanda di sanatoria per non aver “ottemperato” a un decreto di espulsione. La conseguenza, cioè, di una legislazione razzista che istituisce il reato di “clandestinità” solo per il fatto di essere presenti sul territorio. Ora le contraddizioni sono venute alla luce per merito della lotta dei migranti condotta anche a Brescia. Il prossimo 21 febbraio il Consiglio di Stato, in adunanza plenaria, deciderà se considerare “ostativo” un decreto di espulsione per ottenere il permesso di soggiorno. Non dobbiamo fermarci, dobbiamo far sentire la nostra voce, la nostra determinazione, le nostre ragioni fino al Consiglio di Stato. Non vogliamo più essere relegati in uno stato di precarietà lavorativa e sociale e pagare più di tutti i costi di una crisi che ci colpisce in prima persona. Anche per questo diventa più che mai necessario costruire la partecipazione alla giornata del Primo Marzo per dare continuità alle mobilitazioni dello scorso anno ed alla lotta sulla gru.

No ai rigetti delle domande di sanatoria
Blocco delle espulsioniContro il “reato di clandestinità”
Sabato 19 febbraio ore 15.00
Presidio in p.zza Rovetta – Brescia

martedì 8 febbraio 2011

RICCARDO PETRELLA A BRESCIA




Nell'ambito del ciclo di incontri "Ripensare il mondo" venerdì 11 febbraio nel complesso di San Cristo, in via Piamarta 9 in città, il prof. Riccardo Petrella terrà una conferenza sul tema "Il dogma del mercato contro il bene comune".
Docente all’Università Cattolica di Lovanio, già direttore nel 1970 del Centro Europeo di Ricerche Sociali Comparative a Vienna e dal 1978 del Programma Fast (Forecasting and Assessment in Science and Technology) alla Commissione delle Comunità Europee, Petrella è da anni impegnato nello studio della mondializzazione, del welfare, dell’educazione e dei problemi relativi alle risorse idriche. Ha fondato nel 1991 il Gruppo di Lisbona e, partendo dal Manifesto dell’acqua, nel 1997 il Comitato Internazionale per il Contratto Mondiale dell’Acqua, presieduto dall'ex primo ministro portoghese Mario Soares.
L'appuntamento con lui è alle ore 18.

lunedì 31 gennaio 2011

FONTI RINNOVABILI; IL GOVERNO E' INADEMPIENTE




da Edilportale

“Intendiamo mettere in mora il Governo centrale sulle sue inadempienze in materia di energia rinnovabile, con particolare riferimento alle quote di burden sharing”. Lo ha dichiarato il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, in conferenza stampa a cui hanno partecipato la Vice Presidente Loredana Capone, e gli Assessori Lorenzo Nicastro e Angela Barbanente.
“Noi - ha proseguito Vendola - patiamo una condizione davvero incredibile: siamo in un mercato energetico liberalizzato, dove la Regione non ha alcuna competenza. Lo Stato italiano ha interpretato le proprie competenze nella maniera peggiore: abbiamo atteso per sette anni leLinee guida per le energie rinnovabili e da due anni aspettiamo inutilmente che il Governo assegni le quote di produzione di energia rinnovabile per ogni regione (burden sharing). Per questo apriremo una procedura di diffida nei confronti del Governo”.
Secondo Vendola il Governo “da un lato, ha impedito la regolamentazione e, dall’altro, ha messo in campo una quantità incredibile di risorse: due elementi che hanno drogato il mercato. La Regione Puglia - ha continuato il Presidente della Regione - viceversa, è stata quella più impegnata nel tentativo di mettere vincoli e paletti: la moratoria sull’eolico, una norma di legge e un Regolamento; tre provvedimenti che sono stati sistematicamente bocciati dalla Corte Costituzionale”.
La Regione Puglia - ha spiegato Vendola - conosce gli impianti che ha autorizzato, ma non sa nulla di ciò che è stato concesso dai Comuni attraverso le DIA (impianti inferiori ad 1MW), per questo motivo sarà istituita l’anagrafe di tutti gli impianti esistenti. Secondo Vendola, la politica sta drogando il mercato, attraverso, ad esempio, il Conto Energia che agevola soprattutto le imprese, trascurando le famiglie e i piccoli impianti per l’auto-consumo.

IL DRAMMA DEI LAVORATORI MIGRANTI




di Flavio Marcolini

E’ dedicata al dramma dei lavoratori migranti in cerca di regolarizzazione l’ “ora di silenzio” che il Movimento nonviolento organizza mercoledì 2 febbraio in Piazza Rovetta, dove dalle ore 18 alle 19 chiederà ai cittadini di fermarsi a riflettere insieme in silenzio sulla discriminazioni ai quali essi sono
sottoposti per legge.
“La principale causa della clandestinità è provocata dalle stesse leggi dello Stato, che escludono qualsiasi possibilità di ingresso regolare per cercare lavoro, così come dalle lunghissime procedure amministrative” spiega il portavoce Adriano Moratto.
“Il Governo dal 2008 non ha più emanato il decreto flussi per lavoro subordinato - sottolinea - incentivando la massa di lavoratori stranieri impiegati in nero e nel contempo l’evasione fiscale e previdenziale da parte de idatori di lavoro. Dal 2009 l'introduzione del reato di clandestinità nel pacchetto sicurezza comporta conseguenze penali sia per la persona senza permesso sia per i datori di lavoro. Nella manovra dello stesso anno ci fu la possibilità da parte dei datori di lavoro di promuovere l'emersione di lavoratori stranieri privi di permesso di soggiorno solo per mansioni di colf o assistenti alla persona, con il versamento anticipato da parte dei datori di lavoro di 550 euro quale contributo forfetario”.
“Le domande in Italia sono state 300mila, 11mila delle quali nella nostra provincia” informa. “ Nella verifica delle istanze alcune prefetture, tra cui Brescia, non hanno considerato un limite ostativo l'aver violato la normativa sul reato di clandestinità. Ma una circolare del marzo 2010 dà un giro di vite all'interpretazione della norma ‘escludendo la possibilità di ottenere la regolarizzazione per i soggetti condannati per l'inottemperanza all'ordine di espulsione’. Le situazioni di tensione si moltiplicano anche perché i tempi di
rilascio dei permessi di soggiorno sono troppo lunghi, ben oltre il termine massimo di 20 giorni prescritto dalla legge”.
“La storia - sottolinea - ci insegna che pregiudicare i diritti di alcuni finisce per limitare la libertà ed i diritti di tutti. Riconoscere ad altri, i più deboli, i nostri diritti, fa crescere le garanzie per tutti”.
“A Brescia - osserva - più di 130.000 lavoratori migranti sostengono la nostra economia. Fanno i lavori più pesanti nelle stalle, nelle fabbriche, sui cantieri, negli ospedali e cliniche, nelle nostre case e famiglie. Si tratta di persone, non risorse umane ‘usa e getta’”.
“Ancora una volta saremo in tanti insieme in silenzio – annuncia - per un momento di riflessione, per disporci all'ascolto e all’accoglienza, per ridare significato alle parole. E’ il nostro modo per dire sì all'uguaglianza di
diritti per tutti i lavoratori, contro lo sfruttamento della clandestinità”.
Per informazioni e adesioni si può telefonare ai numeri 347.8640893 o 339.6243617 oppure inviare una e-mail all’indirizzo movimentononviolento.bs@alice.it.

sabato 29 gennaio 2011

AMICI DELLA BICI




di Flavio Marcolini

A Brescia Giorgio Guzzoni, presidente degli Amici della Bici, ha presentato le attività del sodalizio per il 2011. “Saranno 47 gli appuntamenti tra gite, serate, incontri, viaggi e feste già programmate ed altri se ne aggiungeranno nel corso dell’anno”.
“In primo luogo - sottolinea – c’è la giornata nazionale della bicicletta, che si svolgerà domenica 8 maggio. Abbiamo deciso di concentrare in questa giornata le due più importanti manifestazioni storiche, BicinCittà e BimbimBici. Vi saranno percorsi in bicicletta per adulti, percorsi per bambini, mostre, giochi, cibi di qualità e tanto altro. Sarà un’occasione per porre all’attenzione dei cittadini e degli amministratori l’importanza che la mobilità ciclabile ha raggiunto anche nella nostra città”.
“Le gite - informa Guzzoni - saranno al solito molto diversificate: da quelle di un paio d’ore passate a pedalare tranquillamente in città sino ai viaggi internazionali. L’amore per l’arte della nostra città, dalla storia bimillenaria, trova soddisfazione in “Un millennio per ruota”, progetto quest’anno dedicato ai cortili di Brescia, come nell’uscita della giornata del Fai e nelle visite previste dal Circuito delle Città d’Arte”.
“Alla scoperta del territorio – aggiunge – ci recheremo in la val Trompia sulla via del ferro, visiteremo poi le città murate di Soncino e Pizzighettone, la val Seriana, la Rocca D’Anfo, la Valtenesi col Parco dell’Airone, la ciclabile dell’Oglio, la Valtellina, il Lago di Varese, nelle terre dei Gonzaga”.
“Daremo spazio anche a chi vuole sudare e pedalare di più - annuncia - con un giro di 100 km tra le nostre valli, la mitica salita al Mortirolo, il Sellaronda Day con la salita ai quattro passi dolomitici. L’anno scorso le gite di due o più giorni sono andate letteralmente a ruba, tanto che in alcuni casi le iscrizioni si sono chiuse in poche ore. Per questo motivo abbiamo moltiplicato le proposte della durata di due, tre o quattro giorni, con gite sempre accompagnate da pullman con carrello per il trasporto delle bici: “I cipressi di Bolgheri”, due giorni in Toscana; “La ciclabile Alpe Adria”, dal Tarvisio a Palmanova; “La laguna”, in bici tra Padova, Chioggia e Venezia; “Il cicloraduno nazionale” attorno a Torino; e ancora il Lago di Zurigo, la ciclabile del fiume Mur in Austria e l’Istria”.
Ma ci saranno anche viaggi all’estero. “Organizziamo una settimana ai Castelli della Loira e un viaggio da Brescia a Brest passando per Innsbruck, Basilea, Parigi. Questo viaggio verrà suddiviso in quattro moduli di 4-6 giorni ciascuno, in modo che ogni socio possa decidere se fare tutto il percorso oppure partecipare a uno o più moduli”.
Spazio anche all’impegno nonviolento con la conferma dell’ormai tradizionale Paciclica, “che porta ciclisti da diverse città italiane a Perugia - spiega il presidente - per poi partecipare alla marcia della pace sino ad Assisi; si svolgerà a settembre ed è una manifestazione molto partecipata, nata proprio a Brescia e ora diventata un evento nazionale della Federazione italiana amici della bici”. Saranno in molti in Umbria a celebrare i 50 anni della prima Perugia-Assisi ideata nel 1961 dal filosofo Aldo Capitini.
Non mancano infine “diverse serate di approfondimento: un dibattito sulla ciclabilità a Brescia, proiezioni di fotografie su viaggi in bicicletta, un incontro con i meccanici che ci aiutano a fare manutenzione”. Gli interessati ad approfondire la conoscenza di questa realtà possono consultare il sito Internet www.amicidellabicibrescia.it.

lunedì 24 gennaio 2011

IL PAP'OCCHIO AL CINEMATOGRAFO LIBERTARIO




MERCOLEDI' 26 GENNAIO 2011 ALLE ORE 20.45
presso la SALA CIVICA "MORELLI"
in PIAZZA DELLA REPUBBLICA a CALCINATO

il gruppo libertario Spartaco
organizza la PROIEZIONE DEL FILM
"IL PAP'OCCHIO" di RENZO ARBORE.

Ricomincia quindi l'appuntamento anche nel 2011 con il CINEMATOGRAFO LIBERTARIO, un film ogni due mercoledì per conoscere e interrogarsi su diversi temi e argomenti di attualità e di dibattito collettivo.

IL PAP’OCCHIO è un film di Renzo Arbore del 1980. Con Diego Abatantuono, Roberto Benigni, Andy Luotto, Mario Marenco, Luciano De Crescenzo (durata 101 min). Il Papa convoca Arbore e lo incarica di mettere in scena “Gaudium Magnum”, show musicale per la TV vaticana. Durante le prove le gag si susseguono spudoratamente con sgangherata frenesia finché interviene il Padreterno che manda tutto a catafascio e con una felliniana sfera di ferro precipita tutti nelle viscere della Terra.
Sequestrato per vilipendio della religione di Stato è stato ridistribuito solo nel 1998.

venerdì 21 gennaio 2011

BISOGNO DI SICUREZZA ?



di Davide Pedrini

Leggendo il secondo numero di "Calcinato Informa”- anno 1 DICEMBRE 2010, diversi cittadini si sono soffermati sull'articolo riguardante la questione “sicurezza” (NUOVI SISTEMI DI SICUREZZA URBANA - Acquistata una vettura e ampliato il sistema di videosorveglianza). In esso si asserisce al fatto che l'amministrazione si è data da fare nell'incrementare i controlli e tutelare la sicurezza del paese attraverso l'acquisto di una nuova vettura di pattugliamento e l'installazione di telecamere presso i parcheggi del cimitero e il palasport. In seguito a sopralluoghi, per così dire, involontari si è invece notato che queste ultime non sono presenti nei luoghi dichiarati. È sorto conseguentemente nelle menti di questi osservatori un dubbio sull'effettiva veridicità di tali dichiarazioni.

Nell'articolo viene fatto esplicito riferimento al «[...] bisogno di sicurezza» come «sempre più sentito dai cittadini di Calcinato, a partire dalle famiglie con bambini fino agli anziani [...]». Siamo certi del fatto che sia reale questo bisogno? In caso di risposta affermativa, sulla base di quali “voci” si sono avviate tali politiche?