Il finanziamento regionale previsto dalla legge appena varata sarebbe utile per inserire nei programmi scolastici lombardi delle lezioni sulla storia del dialetto e sul suo contributo alla lingua nazionale benché, dal momento che una lingua non va imposta, sarebbe bastato solo non contrastare il dialetto quando ancora era parlato.
Io non mi so spiegare perché è ben accetto e considerato distintivo e pittoresco quel parlare con accento romano o napoletano o toscano che si ascolta dalla televisione, per bocca di giovani soprattutto, mentre l'accento lombardo è mal tollerato e giudicato una ridicola macchietta in bocca a persone delle valli bergamasche e bresciane.
È poi vero che il dialetto lombardo è vario e varia da zona a zona, ma è anche vero che due lombardi di zone diverse possono intendersi, con più o meno difficoltà.
A noi da giovani non si chiedeva "parla come mangi"; mangiavamo bresciano e avremmo parlato bresciano. Prendevo in giro un amico di Bedizzole e a mia volta venivo scherzato da un cugino che abitava a Carpenedolo. Ci capivamo comunque, e capivamo quei giovani che dalle valli venivano a scuola o a lavorare in città portando i loro suoni duri e aspirati.
L'idea di insegnare l'amor patrio imponendo una lingua aveva l'errore in sé. Forse la vera patria è la lingua, più che la terra. Te la porti ovunque vai. A San Martino i fittavoli che dovevano cercarsi una nuova sistemazione portavano con sé la parlata oltre alle masserizie. Chi non ha avuto un "veneto" in paese? Era quello sfollato che nel nuovo paese portava il suo idioma, imparava quello del posto e forse lo arricchiva.
La convivenza delle lingue è propria della civiltà, la lingua di Cicerone con quella delle bettole, la lingua dell'altare con quella dei banchi.
Il nostro dialetto quindi continuerà a essere una lingua viva finché sarà usata, come oggi, in famiglia, tra amici, al mercato. Che vengano ben usati quei soldi perché il dialetto continui a essere parlato.
Carlo Filippini
